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QUALE RIVOLUZIONE PER IL KURDISTAN?
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Quale rivoluzione per il Kurdistan?
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Quale rivoluzione per il Kurdistan?
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Recentemente si è scoperto che il popolo curdo è più numeroso di quanto si supponesse e, in una stima dell'ONU, si parla di un totale di 35 milioni. Lo stanziamento su di un territorio fisico omogeneo, l'unità di lingua, di tradizione e di religione, sono alla base di una forte spinta nazionale e della lotta contro l'artificiale divisione politica dovuta agli attuali confini tra gli Stati. Naturalmente nessuno Stato borghese, magari consolidato a sua volta attraverso una rivoluzione nazionale come la Turchia, rinuncia ai sui attuali territori, specie se vi sono risorse minerali come il petrolio.

Purtroppo questo dato di fatto, unito alla mancanza di una borghesia unitaria (cioè nata su di un capitalismo e quindi un mercato unitario) impedisce al popolo curdo di ergersi in nazione e di combattere una guerra di liberazione nazionale del tipo di quelle che storicamente portarono alla formazione di molti Stati nazionali odierni.

La guerra di liberazione nazionale, ovvero la rivoluzione borghese contro gli Stati che si suddividono il territorio curdo, sarebbe dunque l'unica via d'uscita per i problemi del popolo curdo, ma a questa soluzione si oppongono non solo tali Stati ma anche i paesi imperialisti più importanti che sono alleati ad essi. Da questo punto di vista, quindi, una guerra rivoluzionaria nazionale dovrebbe suscitare prima di tutto l'unità della borghesia curda (attualmente ultradivisa) e, conseguentemente, la saldatura di questa borghesia combattiva e centralizzata con tutto il popolo in armi.

Questa sarebbe la condizione classica per una rivoluzione nazionale. Ma il primo nemico di questa soluzione è proprio la borghesia curda. Essa si suddivide in partiti che vanno dai diretti collaborazionisti con la politica degli stati oppressori ai fronti locali di guerriglia, a volte partigiana, cioè utilizzata da uno Stato oppressore contro l'altro. Come nel caso della borghesia palestinese, la borghesia curda, più arretrata dei proletari curdi che lavorano in giro per il mondo nelle fabbriche e nei campi, pensa più ai propri affari che alla liberazione nazionale.

I due casi citati non sono gli unici: ormai la borghesia è assolutamente inconsegunete, come diceva Lenin, cioè non ha più lo slancio storico per dirigere le sue proprie rivoluzioni e rappresentare gli interessi dei popoli soggiogati. Anzi, partecipa ai traffici del nemico e allo sfruttamento bestiale del popolo che dovrebbe guidare verso la liberazione.

Già da quasi un secolo, cioè dai tempi di Lenin (Le due Tattiche, 1905) e dell'Internazionale Comunista, quindi (Tesi del II Congresso, 1920), si pone un grave problema per tutti i popoli che devono ancora raggiungere la libertà nazionale: allontanare possibilmente la borghesia traditrice dalla stessa rivoluzione borghese o comunque rifiutare ogni alleanza con essa.

Il popolo curdo è in gran parte «internazionalizzato» a causa dell'emigrazione dovuta alle dure condizioni in cui versa sul suo proprio territorio e a causa dei nemici che lo circondano da tutte le parti. Milioni di lavoratori curdi sono impiegati come manodopera nelle fabbriche e nei campi dei paesi occidentali sviluppati. Hanno combattuto a fianco dei proletari occidentali e più accanitamente di loro, dato che non avevano niente da perdere. Per questi milioni, che hanno vissuto le condizioni mature della rivoluzione proletaria, un ritorno alle condizioni di «lotta di liberazione nazionale borghese» sarebbe un gigantesco passo indietro.

Per tutto il popolo curdo, per tutti i popoli senza identità nazionale e soprattutto per le immani masse oppresse non più contadine ma neppure più assimilabili nelle fabbriche automatiche del capitalismo moderno, non c'è soluzione al di fuori di un potente legame con il proletariato internazionale. Questo legame può costituirsi solo nell'affermazione del Partito Rivoluzionario che non può essere «nazionale» ma Comunista, unico e mondiale.

Source: Quaderni Internazionalisti, 1999

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