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MARXISMO CONTRO FASCISMO E ANTIFASCISMO
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Marxismo contro fascismo e antifascismo
Fascismo e antifascismo di ieri e di oggi
«Quer pasticciaccio brutto» di Palazzo Madama
Inquadramento storico della questione
«Il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo» (A. Bordiga) (La posizione della Sinistra comunista durante la guerra)
I tre fattori della vittoria fascista
Lenin e la fase suprema del capitalismo
La forma del dominio borghese non ne cambia la natura
Invarianza della formula corporativa sindacale
Hanno grufolato nello stesso trogolo dell'atlantismo
Resistenza, sangue versato a favore del nemico di classe
Questione ebraica, nazismo e stalinismo
Parole profetiche
Democrazia e legge truffa: chi vince comunque le elezioni
Notes
Source


Marxismo contro fascismo e antifascismo

Fascismo e antifascismo di ieri e di oggi
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Il fascismo non è stato «reazione agraria», ma espressione moderna del capitale: repressione armata delle spinte rivoluzionarie proletarie e riformismo sociale, intervento statale diretto nell'economia e sostegno dell'industria e alla finanza italiana nello scontro sul mercato mondiale, accentramento istituzionale contro il «cretinismo parlamentare» e integrazione corporativa dei «rappresentanti dei lavoratori» nell'economia.

Questa concezione del fascismo è completamente estranea a quanti non capiscono la sostanziale continuità fra Stato fascista e sua evoluzione nella repubblica «nata dalla Resistenza»: continuità nelle istituzioni economiche dominanti, nella politica di intervento statale nell'economia, nel monopartitismo mascherato, nel corporativismo del sindacato sempre più integrato, sempre più partecipe della difesa dell'economia capitalistica.

La caduta politica dello stato fascista è il frutto della sconfitta militare del blocco italo-tedesco ad opera dello schieramento avversario anglo-americano.

Già prima della II Guerra Mondiale, nell'occasione della guerra civile spagnola, i comunisti conseguenti denunciarono il carattere imperialista del conflitto che si stava preparando, denunciarono le forze opportuniste che
«
rovinarono l'orientamento di classe del proletariato facendolo paurosamente rinculare di almeno un secolo, e chiamarono tutto ciò progressismo. Convinsero gli operai di Francia, d'Italia e di tutti gli altri paesi che la lotta di classe, per sua natura offensiva, a carattere di iniziativa deliberata e dichiarata, si concretava in un difesismo, in una resistenza, in una inutile e sanguinosa emorragia contro forze organizzate capitalistiche che non vennero superate ed espulse che da altre forze non meno regolari e non meno capitalistiche, mentre il metodo adottato impedì assolutamente di inserire nel trapasso un tentativo di attacco autonomo delle forze operaie».

Pur ridotta a un'esigua minoranza dalle epurazioni staliniane, la nostra corrente, la Sinistra Comunista, rivendicò anche durante la II Guerra Mondiale il rifiuto di qualunque blocco partigiano che accomunasse in un unico fronte il proletariato alla borghesia antifascista così come alle classi dominanti filonaziste e mussoliniane.

Nella propaganda della borghesia, l'immensa carneficina della guerra fu ammantata di nobili ideali, di luminose prospettive, che nascondevano la reale natura dello scontro fra i blocchi imperialisti per la supremazia mondiale. La grande maggioranza del proletariato, sotto la guida dei partiti staliniani divenuti nazional-patriottici e «partigiani» dell'imperialismo più forte, fu coinvolta nel massacro collettivo e, ancora una volta, offrì il suo sangue per costruire un «mondo nuovo» che puzzava esattamente come il vecchio e perpetuava lo stesso fetente regime di produzione capitalistica. La nostra corrente soltanto ebbe il coraggio, con poche, isolate voci, di ribadire e rendere attuali le parole d'ordine che il comunismo europeo, con i bolscevichi russi alla testa, aveva lanciato trent'anni prima, allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Contro la «difesa della patria»: il proletariato è classe internazionale, il lavoro salariato lega gli operai fra di loro al di là dei confini.

Contro l'appoggio ad una o all'altra delle fazioni borghesi: indipendenza della classe proletaria dal fascismo e dall'antifascismo, lotta autonoma di classe contro la borghesia, antifascista e filoamericana così com'era fascista e filotedesca negli anni passati.

I comunisti non devono piegarsi ad una scelta tra gruppi o Stati borghesi in lotta: il loro compito è quello di guidare la classe proletaria nella guerra contro la classe nemica in ogni Stato, qualunque sia la forma di governo che in esso esprime.

La tragedia storica di un proletariato coinvolto nella guerra a fianco di un imperialismo contro l'altro viene oggi disinvoltamente evocata per scopi prettamente di bottega: come allora, si scomodano ideali sublimi e roboanti paroloni. Solidarietà, democrazia, pace, patria, libertà e benessere economico corrono dalle bocche di vecchi politicanti e di nuovi apprendisti del mestiere parlamentare come le chiacchiere dei banditori di aste e degli imbonitori dei mercati ortofrutticoli. Ma quando le grandi tragedie storiche vengono evocate per la seconda volta sullo scenario dell'umanità, come ricorda Marx, esse trovano spazio solo sotto la forma della farsa. E farsa non può che rimanere, amplificata dallo strapotere dei «mass media» e cucinata in tutte le salse per essere servita alle orecchie e ai cervelli del proletariato, trasformato in anonima folla di telespettatori.

Agli appelli di oggi, alle richieste di schierarsi con questo o con quel gruppo parlamentare in nome di un fascismo da avanspettacolo o di un antifascismo che ne è il riflesso, i comunisti non possono che ribadire, cento volte più forte di allora, la medesima risposta: il proletariato non può e non deve legarsi a nessuno dei carrozzoni borghesi ai quali lo si vorrebbe aggregato.

Non c'è nulla da scegliere: i contendenti non rappresentano che due facce della stessa capitalistica medaglia. Sono da abbattere non con «scelte» elettorali, ma con la rivoluzione.

«Quer pasticciaccio brutto» di Palazzo Madama
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Carlo Emilio Gadda è un grande scrittore, ma proprio grande. In un suo libro c'è un delitto, un «pasticciaccio brutto», in via Merulana. C'è il fascismo, non si ricama più come una volta sulla cronaca nera, quando un fatterello qualsiasi prendeva la mano al cronista che riempiva mezza pagina. Adesso che c'è «er mascellone» un assassinio con tanto di assassino introvabile finisce nelle pagine interne sotto un titoletto striminzito. Come se si potesse nascondere il mondo. C'è il morto, c'è l'assassino misterioso, c'è il commissario: un giallo. Gadda se ne frega, lascia perdere l'assassino, che non è importante, e descrive il mondo, che è importante, che produce i piccoli e i grandi assassinii. Una grande opera di scienza sociale, quindi arte.

Il mascellone non c'è più. Oggi si nasconde il mondo ingigantendo piccoli e grandi assassinii o anche tramutando le grandi guerre in piccoli film western. Dialetticamente è lo stesso, la società e le sue determinanti rimangono invisibili, sconosciute. Una grande opera di demolizione della scienza sociale, quindi paccottiglia, kitsch.

Così si cerca di capire e di farci capire un Bossi, un Berlusconi, un Fini, un Occhetto o un Segni attraverso quel che dicono, fanno o non fanno, i loro tic, le loro gaffes, la loro miseria individuale quotidiana, insomma, i loro piccoli delitti amplificati in megawatt. Il mondo che li ha prodotti sembra non interessare a nessuno, nemmeno ai diretti interessati. Sono candidati a pilotare la vita di milioni di uomini e non saprebbero capire l'origine del reddito di una drogheria. Fanno spettacolo televisivo e se ne fregano della nozione scientifica di valore.

Sono tutti uguali, ma non perché li accomuna il loro folklore, che anzi, è piuttosto personalizzato come lo slogan di un dentifricio: sono uguali perché, nell'ignoranza dei meccanismi che dovranno prendere in mano, saranno guidati dalle forze che sarebbero chiamati a guidare.

Non si spiega altrimenti il pasticciaccio che combinano a livello di coerenza. Il «Polo delle libertà» è costituito da sedicenti liberisti (di mercato), ma anche da ex «fascisti» che liberisti non dovrebbero essere. Questi ultimi erano nemici per la pelle delle plutocrazie anglosassoni, poi erano diventati un pilastro dell'atlantismo anticomunista per convenienza elettorale. Duri, spartani e centralisti, si alleano da una parte col mondo mellifluo della soap finance berlusconiana e dall'altra con l'anticentralismo leghista.

Il bello è che la Lega sedicente antifascista non solo è alleata dei «fascisti» centralisti e antifederalisti, ma anche di Forza Italia che è un movimento figliato direttamente dal centralismo e dalla vecchia politica. Esso si presenta come movimento paladino del libero mercato. Economicamente e seriamente parlando, significherebbe paladino delle libere frontiere degli scambi. Dicono gli esperti che nell'epoca attuale un mercato capitalistico non può essere suddiviso in entità inferiori ai 100 milioni di consumatori. Bella coerenza allearsi con la Lega che ha nel suo programma un egoistico frazionamento del mercato in entità insignificanti.

Per uscire dall'ovvietà, non è quindi il caso di chiedere coerenza ai protagonisti dello spettacolo. Bisogna piuttosto chiedersi da dove scaturiscano queste eccentriche alleanze e che cosa sia realmente il movimento reale che è riflesso dai loro pasticciacci politici.

Intanto esse hanno vinto democraticamente le elezioni, e i superdemocratici perdenti si sono subito imbestialiti dimostrando di essere non solo poco democratici, ma nemmeno un po' sportivi di fronte all'idolatrato «popolo sovrano». Stanno già infatti tutti poco democraticamente escogitando il sistema di farla pagare ai «fascisti». Che nell'accezione neo-resistenziale significa: chiunque abbia vinto le elezioni.

Già, perché quando costoro perdono si sentono sempre vittime di qualche fascismo prevaricatore, dato che non seppero né capire, né quindi tantomeno combattere il fascismo originario.

I poveretti non si sono accorti che, in primo luogo, il fascismo ha perso la guerra ma ha vinto (politicamente travestito) alla scala mondiale proprio grazie a loro, democratici, antifascisti e resistenziali. Ha vinto una prima volta perché loro erano oggettivi alleati dell'anticomunismo, quindi oggettivi alimentatori del potere borghese italiano. Ha vinto una seconda volta perché loro erano ancora alleati dei vincitori della guerra, quindi del nuovo anticomunismo, quindi oggettivi alimentatori del potere borghese mondiale.

Si sono autodefiniti, come sempre, «Polo progressista». Ma non intendono minimamente cambiare il sistema economico e politico, naturalmente. E allora abbiano il coraggio di chiamarsi i veri fascisti, come dice un nostro testo citato più avanti. Oggi chi vuole essere progressivo senza uscire dall'ambito del capitalismo, deve essere «fascista», cioè accentratore, statalista, sindacal-corporativo e nello stesso tempo anti-monopolista, come per esempio lo fu l'IRI alla sua nascita.

Il fascismo fu un serio e moderno fattore di controrivoluzione borghese che si servì di tutta una serie di elementi sociali minacciati dal proletariato, allora in fase di attacco, e dalle condizioni economiche del dopoguerra.

Tra il 1921 e il 1924, rileviamo dal «Mussolini» di De Felice, il 64% dei finanziamenti al Partito Fascista provenne dalle società industriali e commerciali, il 25% dai privati e l'11% dagli istituti di credito e assicurativi. Finanziamento urbano, quindi, e non agrario, come vogliono i sostenitori della teoria del rigurgito reazionario feudale.

Della cifra complessiva di tale finanziamento il 46,3% fu raccolto nelle sole tre province di Milano, Bergamo e Brescia che fornirono anche il 54% dei crediti industriali e commerciali, mentre la sola Milano fornì il 40% del denaro proveniente dagli istituti di credito.

Vediamo che tra i leghisti è stato sfoggiato il simbolo vandeano del cuore crociato. Simbologia interessante, anche se probabilmente casuale, dato che oggi sui banchetti dei souvenir si vendono anche i distintivi con la faccia di Lenin e gli orologi con falce e martello.

La nuova Vandea leghista, per quanto farsesca, ha le sue roccaforti nelle aree urbane e coinvolge anche strati del proletariato, tanto da poter dar vita quasi subito ad un embrione di sindacato corporativo le cui enunciazioni ricordano molto la fascista Carta del Lavoro di Bottai, ministro di Mussolini.

Sotto il motto «Roma ladrona» e vario folklore ancora in via di dirozzamento, si rispecchia l'esigenza borghese di snellire le procedure parlamentari e l'affermata necessità di demolire l'attuale Stato per lasciargli «soltanto» la moneta, l'esercito e la politica internazionale, più o meno come recitava il programma del PNF al paragrafo sullo Stato:
«
Lo Stato va ridotto alle sue funzioni essenziali di ordine politico e giuridico... Per conseguenza debbono essere limitati i poteri e le funzioni attualmente attribuiti al Parlamento». Persino «il decentramento amministrativo per semplificare i servizi e facilitare lo sfollamento della burocrazia»
è previsto dal fascismo accentratore e nazionalista, teorico dello Stato forte e dell'unità nazionale.

Ma l'esigenza corporativa non è solo riflessa dalla Lega. Il passaggio senza ombra di pudore di capi sindacali a funzioni direttive nell'ambito dello Stato è un materiale marchio di fabbrica dello Stato moderno nato dal New Deal mondiale che è stato chiamato fascismo: Marini come ministro del lavoro, Benvenuto come manager delle finanze, Lama come vicepresidente del parlamento e, recentemente, un accorato sollevarsi di appoggi borghesi a Trentin, capo di un sindacato di cinque milioni di iscritti, bersagliato da pietre, insulti e pugni da quelli che dovrebbero essere i suoi seguaci.

Non diceva nulla di diverso il programma fascista del '21:
«
Le corporazioni vanno promosse secondo due obiettivi nazionali fondamentali: come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di sviluppo della produzione... Il PNF si propone di agitare i seguenti postulati a favore della classe operaia e impiegatizia [...] l'affidamento della gestione di industrie o di servizi pubblici ad organizzazioni sindacali che ne siano moralmente degne e tecnicamente preparate».

Non ha inventato nulla il moderno sindacato tedesco impostando la politica della Mitbestimmung e neppure quello italiano che traduce letteralmente codeterminazione, intendendo patto fra produttori per gestire la fabbrica in modo efficiente e responsabile, in linea con le esigenze dell'economia nazionale.

Alla rabbia popolana in via di emancipazione contro la politica romanesca è venuta in aiuto la magistratura con l'operazione «Mani pulite», in una tattica per ora parallela cui non tarderanno ad aggregarsi forze sociali diverse man mano convergenti. La polemica contro i partiti corrotti fu uno dei cavalli di battaglia del fascismo che, sempre nello stesso documento declamava:
«
Il PNF intende elevare a piena dignità i costumi politici così che la morale pubblica e quella privata cessino di trovarsi in antitesi nella vita della nazione. Esso aspira all'onore supremo del governo del paese, a restaurare il concetto etico che i governi debbono amministrare la cosa pubblica non già nell'interesse dei partiti e delle clientele ma nel supremo interesse della nazione».

Il partito fascista, che si fregiava dell'aggettivo «rivoluzionario» quando occorreva, propugnava anche l'intervento dello Stato nell'economia, ma che fosse «tale da stimolare le energie produttive del paese, non già da assicurare un parassitario sfruttamento dell'economia nazionale da parte di gruppi plutocratici». Il professor Prodi avrebbe potuto citare questo passo quando partecipò alla convention referendaria del nuovo partito di Segni.

Ma ce n'è anche per ogni nuovo Presidente del Consiglio: obiettivo del fascismo è
«
il risanamento dello Stato e degli enti pubblici locali, anche mediante rigorose economie in tutti gli organismi parassitari o pletorici e nelle spese non strettamente richieste dal bene degli amministrati o da necessità di ordine generale».

Ed è prevista anche la cessazione di sovvenzioni ad enti e clientele «incapaci di vita propria», la privatizzazione di industrie statali (salvo poi percorrere la strada inversa), la cessazione di lavori pubblici «concessi per motivi elettorali», la disciplina delle «incomposte lotte degli interessi di categorie e di classi», il divieto di sciopero nei servizi pubblici e l'istituzione di tribunali arbitrali con rappresentanze dello Stato, dei capitalisti, dei lavoratori e, nel caso dei pubblici servizi, dei delegati del pubblico pagante.

Il fascismo era una cosa e gli attuali aspiranti continuatori un'altra, se non altro sul piano della serietà storica, d'accordo, l'abbiamo detto. Ma la base su cui nascono e crescono è la stessa, quindi devono essere gli stessi i programmi, come abbiamo visto. E chi volesse combatterli sul loro piano dovrà sciorinare programmi analoghi, governi, partiti, sindacati integrati, uomini forti spediti dal destino o professori in doppiopetto usciti dalla Bocconi. L'economia politica non fa che presentare un unico ritornello: plusvalore, plusvalore...

Durante la Rivoluzione Francese la vecchia Vandea esplose nelle città e si servì della campagna per cercare di imporre la controrivoluzione. Fu schiacciata dal Terrore della rivoluzione borghese.

Le nuove Vandee esplodono nelle città percorse dalla crisi in reazione al diminuito flusso del plusvalore verso le classi medie. Non hanno da temere per ora nessun Terrore rivoluzionario. Saranno utilizzate per ciò che possono offrire, voti, facce nuove e sangue fresco alla controrivoluzione imperante, manodopera da eventuale Guardia Bianca.

Purtroppo per ora non hanno come contraltare un movimento operaio che imponga la sua impostazione del problema economico: la fine dell'economia politica e del plusvalore da trasformare in capitale...

Non c'è antitesi fra democrazia e fascismo.

Per spiegare il suo Contratto Sociale, Rousseau, la cui statua cadeva a Lione per mano vandeana, disse che la democrazia non poteva essere realizzata se non da un popolo di dei. Rousseau, citato tra i padri della democrazia è, in fondo, antidemocratico: la sua visione della società ha piuttosto un contraddittorio legame con il comunismo primitivo («stato di natura»), mediato dai moderni rapporti sociali che tendono a spezzare quelli antichi («gli uomini non possono creare nuove forze ma soltanto unire e organizzare quelle che esistono azionandole con un solo impulso»). Di qui il Contratto Sociale, le cui clausole sono totalmente determinate dalla natura dell'atto («Queste clausole, ben interpretate, si riducono tutte ad una sola, e cioè alla cessione totale di ogni associato con tutti i suoi diritti alla comunità tutta; poiché ciascuno dona l'intero sé stesso, la condizione essendo uguale per tutti, nessuno ha interesse a renderla più pesante per gli altri»).

Il fascismo diede la sua versione del Contratto Sociale: lo Stato corporativo. Tutti erano legati dall'interesse comune, le classi erano eliminate per decreto.

Questo legame tra la borghesia moderna e i suoi antenati è importante. Rousseau è il padre pedante dell'ottimo utopista Fourier e nonno del degenerato utopista Proudhon, rappresentante, quest'ultimo, di tutte le successive ubbìe dei pronipoti che vogliono un capitalismo senza i suoi insopprimibili difetti.

In via di principio il fascismo non rifiutava la democrazia, ne dava un'interpretazione revisionata. Nella polemica con la Conferenza Internazionale sul Lavoro tenutasi a Ginevra, Giuseppe Bottai difendeva lo Stato corporativo come la vera realizzazione della democrazia («una nuova democrazia risorge, auspicata dal Duce»): nessuna delle nazioni che criticavano il regime del lavoro fascista aveva raggiunto un grado di assistenza sociale paragonabile, né un'attività sindacale altrettanto «costruttiva».

Il fascismo andò al potere con le elezioni e cadde formalmente per un voto. Al suo sorgere presentò un programma democraticamente accettabile tanto che Togliatti proclamava dalle pagine di Lo Stato operaio (n. 8) nell'agosto del 1936:
«
Fascisti della vecchia guardia, giovani fascisti! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma».

Tra le altre cose, a proposito di democrazia, l'ineffabile Palmiro rinfaccia al fascismo di non aver rispettato il suo stesso proposito di modificare i meccanismi democratici, come l'eliminazione del Senato («questa stupida ed inutile incrostazione reazionaria è stata mantenuta in piedi») e il mantenimento del meccanismo elettorale proporzionale.

In realtà il programma fascista aveva abbandonato molto presto l'idea che si potesse governare in emergenza con la proporzionale. La rappresentanza che scaturisce da un sistema proporzionale deve essere legata da forti interessi e da una situazione politica stabile altrimenti il gioco delle correnti che possono attraversare i confini dei partiti annulla ogni possibilità reale di prendere decisioni importanti.

Il 1919, anno di lotte formidabili e di confusione dello Stato, fu anche l'anno che diede il via all'instabilità governativa. Nitti auspicava una coalizione fra popolari e socialisti, ma Turati e Meda non si coalizzarono, aggravando il regno del non-governo. I governi si susseguirono, prima Giolitti e poi Bonomi, ma la situazione di non-governo non venne modificata e l'episodio dell'occupazione delle fabbriche cadde in un vuoto totale dell'esecutivo, rappresentato in quel momento solo da Giolitti e dall'esercito.

Il cambiamento di programma è ben sintetizzato dal sindacalista giornalista Panunzio (art. «Abbasso la proporzionale!», febb. 1921, raccolto in «Stato nazionale e Sindacati»):
«
Il peggior governo, sia pure quello dello Zar, è sempre, in senso assoluto, migliore di nessun governo. Dal 1919 noi non abbiamo in Italia un governo e, peggio, non abbiamo la possibilità di un governo. Ciò si deve alla proporzionale... Per avere un governo, un governo qualsiasi, che non sia quello che effettivamente ci regge e che è l'odioso e non più sopportabile governo della sottana di don Sturzo, è d'uopo abolire la proporzionale, ritornare al collegio uninominale col sistema maggioritario».

La spiegazione per la soppressione della proporzionale non ha nulla di morale, non fa parte cioè dell'«ideologia» fascista, è anzi, dice Panunzio, semplicemente tecnica. Egli sarebbe, per questi motivi, a favore dell'abolizione del parlamento o almeno di una delle due camere, certamente comunque del numero dei deputati:
«
non si capisce la riduzione di tutti i servizi e di tutti gli impiegati, e l'intangibilità del numero dei legislatori. Bisogna fare economie» (Art. «Forma e sostanza nel problema elettorale», 1922, op. cit.).

Bossi, Berlusconi e Fini non sarebbero scontenti di sottoscrivere. E potrebbero trarre lumi per superare la loro contraddizione fra federalismo e unità nazionale anche da un altro articolo.

A conferma dell'interessante legame «evoluzionistico» fra democrazia e fascismo, il citato Panunzio confessa le origini proudhoniane del sindacalismo fascista e, naturalmente, l'originario autonomismo federalista:
«
Il sindacalismo ieri centrifugo, pluralistico, periferico, deve farsi centripeto, monistico, centrale, statale. È la dialettica delle forze politiche, ed è oggi una vitale necessità del processo storico» («Contro il regionalismo», op. cit.).

La spiegazione del cambiamento di rotta è data da cause materiali dello sviluppo e non da un cambiamento di idea, segno che il fascista in questo caso è più materialista di tanti rivoluzionari da operetta. L'immagine è del più schietto futurismo alla Marinetti: non possono l'elettrificazione, la macchina a vapore, le ciminiere delle fabbriche, i treni che attraversano il paese, gli aeroplani che solcano i cieli, conciliarsi con il ritorno
«
all'economia paesana e contadinesca di Proudhon, il che sarebbe, per i miei personali gusti estetici, l'ideale degli ideali [...] se la vita moderna non rinnegate e non maledite, ma volete invece mantenere e sviluppare, ne dovete prendere, buone e cattive, le conseguenze» (id.).

Magnifico! Il fascista in cuor suo è proudhoniano, cioè federativo e cooperativista, partigiano di un cambiamento che non preveda la lotta di classe; ma alla fine, come i tardi utopisti, deve fare i conti con la società industriale moderna ed è costretto a essere accentratore e statalista. Ma questa è la descrizione dello stalinismo! E non dice nulla che, per esempio un Craxi, raffigurato in orbace e stivaloni dalla satira nazionale sia un ammiratore di Proudhon e del socialismo individualista e anarcoide di Garibaldi, che però divenne il «dittatore delle due Sicilie».

«Proudhon rifugge dalla conclusione della battaglia politica in quanto la sua posizione sulla trasformazione sociale è monca, non contiene il superamento integrale dei rapporti capitalisti di produzione, è concorrentista, è localmente cooperativa, resta bloccata alla visione borghese dell'azienda e del mercato. Egli gridò che la proprietà era un furto, ma il suo sistema, restando un sistema mercantile, resta un sistema proprietario e borghese [...] L'utopismo è da contestare ai Proudhon-Stalin, che vogliono emancipare il proletariato e conservare lo scambio mercantile» (tratto da «I fondamenti del comunismo rivoluzionario», 1957).

La dialettica unione fra centralismo e amministrazione locale è risolta dall'utopia fascista con il teorizzare una burocrazia centrale snella ed efficiente e una rete di servizi pubblici affidata allo Stato Sindacale, rispondente alla politica centrale ma organizzata capillarmente nella società cooperativa. Come dire: Partito, Soviet e Colcos o, il che è ugualmente antimarxista, Comune locale, Consiglio e cooperativa. La politica unitaria dei federati non è meno centralistica e totalitaria se il loro sistema economico è il capitalismo moderno. O sono poco centralizzati i governi degli Stati Uniti d'America e delle ex Repubbliche Sovietiche?

Vecchia polemica che vide Marx e i marxisti contro il capostipite Proudhon, ma poi anche contro Bakunin, Lassalle, Dühring, Sorel, Gramsci e tutta la moderna varietà dei successori, riesplosi nel '68, oggi latenti, pronti domani a una nuova epidemia. Neppure Rosa Luxemburg riuscì a sottrarsi del tutto a questa influenza malefica.

Democrazia o no, nei «dibattiti» che si sono sentiti in questi mesi non scaturisce nulla di nuovo rispetto a polemiche di settant'anni fa tra democrazia e fascismo. Come dicevamo all'inizio il vero problema per il Capitale è quello di modificare il regime in modo che sia facilitato il formarsi delle decisioni. Soprattutto che queste decisioni non vengano bloccate dalle chiacchiere ma vengano applicate in fretta: l'indirizzo centralizzato dei fattori economici in tempi di crisi non può attendere i tempi parlamentari...

La sovrastruttura necessaria a controllare la ulteriore sopravvivenza del capitale è già in fase di formazione e non ha da inventare nulla di nuovo. Già dall'immediato dopoguerra dicemmo che l'inquadramento sindacale in epoca imperialista è il supporto necessario al capitalismo per sopravvivere. Esso è irreversibile, nel senso che è il risultato dell'evoluzione storica dei rapporti fra capitalisti e lavoratori, dal divieto per principio agli albori del movimento operaio, fino all'inquadramento non solo legale, ma auspicato e utilizzato dalla stessa borghesia.

Lo Stato si arroga il diritto di reprimere o controllare le organizzazioni operaie perché non ammette la lotta di classe. Quando la lotta di classe dimostra di essere insopprimibile, lo Stato ha solo due strumenti: la polizia e l'assorbimento delle spinte di classe nell'ambito delle leggi e delle regole interclassiste.

Lo spiega bene Bottai, il citato teorico dello Stato corporativo fascista:
«
Il problema della libertà sindacale non può trasferirsi e risolversi sulla questione dell'intervento del potere pubblico nella vita delle associazioni [...] Il regime liberale, quando non accede al concetto di una particolare legislazione, affida le associazioni alla materna tutela della polizia. È solo quando la legislazione speciale nasce, che il diritto di associazione si delinea e vigoreggia; ma è solo allora che il diritto di controllo dello Stato sul sindacato si tramuta da controllo di fatto in controllo giuridico. All'intervento diretto o indiretto del sindacato nelle funzioni dello Stato è naturale che corrisponda un intervento diretto o indiretto dello Stato nelle funzioni del sindacato [...] Nell'interno poi del sindacato legalmente riconosciuto, tutti gli interessi si esplicano con sicurezza, essendo il congegno sindacale italiano squisitamente rappresentativo» (da «L'ordinamento corporativo dello Stato» cit.).

Il ragionamento di Bottai non fa una grinza. Il sindacato attuale reclama un intervento negli affari dello Stato da quando si è ricostituito, a guerra ancora in corso. Ha firmato patti espliciti ma ha soprattutto fatto una politica reale di appoggio agli interessi nazionali, da vero fiancheggiatore dello Stato borghese. È perfettamente lecito da parte dello Stato prevedere un controllo e un utilizzo reciproco della rispettiva influenza.

Berlusconi ha già detto che stima molto l'atteggiamento costruttivo dei sindacati e che farà di tutto per portare a termine esattamente ciò che chiedevano, il famigerato Accordo di Luglio sulla politica dei redditi e sul rilancio del sistema produttivo. Che diamine, non ha anche promesso un milione di posti di lavoro in più? Non è difficile attuare la promessa abbassando il salario, cioè dimostrando al Capitale che oltre al costo zero vi è un aumento di profitto, sindacato aiutando...
(Estrapolazione aggiornata da: «Il 18 brumaio del partito che non c'è», Lettera ai compagni n. 27, novembre 1992)

Inquadramento storico della questione
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La natura del fascismo è studiata dalla Sinistra Comunista in un arco di tempo molto ampio, che va dalle prime manifestazioni aperte, politiche e violente in Italia nel 1919-20 fino al 1970.

La sua analisi del fenomeno fascista diventa inseparabile da quella di tutti gli altri fenomeni del capitalismo maturo almeno dal 1922, all'epoca del rapporto al IV Congresso dell'Internazionale Comunista (1).

Il relatore per la Sinistra fu Bordiga. Egli rispose innanzitutto all'interpretazione che l'Internazionale dava dei rapporti fra PCd'I e fascismo e che discendeva da un'interpretazione del fascismo del tutto politica, cioè contingente. Nel criticare l'atteggiamento del PCd'I, gli rimprovera di voler rimanere un partito piccolo, elitario, dedito più alla sua organizzazione che alle grandi questioni politiche del momento.

Bordiga risponderà in altre occasioni che le grandi questioni politiche, la tattica, la strategia del partito non sono disgiunte dal ferreo possesso della teoria rivoluzionaria e che le oscillazioni tattiche per un partito (ma questo valeva anche per l'IC) sono deleterie quanto una sconfitta sul campo.

Il fascismo, dice dunque Bordiga nel 1922, non è un fenomeno dovuto alla nascita e all'azione di un movimento politico particolare; è già presente in Italia almeno dal 1914-15, quando una parte della borghesia decide di entrare in guerra. I gruppi sono eterogenei, ma sono guidati dagli interessi della grande borghesia industriale e, prima di invocare l'intervento a fianco dell'Intesa contro Austria e Germania, avevano addirittura raccomandato una guerra contro di essa. Vi erano comunque anche gruppi repubblicani irredentisti, sindacalisti rivoluzionari e anarchici, radicali liberali. Nel rapporto successivo, al V Congresso dell'IC nel luglio 1924, Bordiga ribadisce che fu l'ala estrema, quella anarco-sindacalista ed estremista socialista rinnegata «a fornire al fascismo post-bellico il suo stato maggiore generale» (2).

Il fenomeno fascista non si deve analizzare a partire dalle sue componenti politiche, anche se queste daranno l'impronta ai discorsi e ai documenti nell'azione quotidiana. La componente essenziale del fascismo è la borghesia industriale e il suo Stato. La smobilitazione postbellica, la riconversione industriale, il pericolo di una rivoluzione interna, pongono alla borghesia un
«
problema gigantesco. Essa non poteva risolverlo né dal punto di vista tecnico, né da quello militare mediante una lotta aperta contro il proletariato; doveva risolverlo dal punto di vista politico» (3).

La borghesia fece dapprima delle concessioni al proletariato attraverso i ministeri liberal-riformisti di Nitti e Giolitti. Nello stesso tempo istituiva un secondo esercito, la Guardia Regia, che non era una polizia e nemmeno un esercito vero e proprio. E continuava a pagare gli ufficiali smobilitati che andavano ad istruire l'apparato militare fascista.

Ma perché la borghesia stava intraprendendo questa strada?

Una prima risposta è che voleva e doveva evidentemente evitare la rivoluzione. Il fascismo dunque prende come primo aspetto quello della guardia bianca controrivoluzionaria. Questo è un aspetto immediato, importante, ma non essenziale. Il fascismo non ha un programma specifico, non ha una sua ideologia, ma risulta dall'insieme delle ideologie della borghesia e delle classi medie che rappresentano la manodopera armata. Al momento (1922) si adagia perfettamente nel gioco parlamentare. Esso non rappresenta una «destra» della borghesia, ma una unione di tutte le esigenze borghesi. Non vuole ideologicamente il predominio violento di una classe sull'altra, ma copia dalla democrazia borghese la massima collaborazione fra le classi. Quando i fascisti formularono un programma organico non inventarono nulla di nuovo, esposero semplicemente un miscuglio di istanze socialdemocratiche e riformiste, condite con un linguaggio un po' più demagogico di quello dei democratici, avvalendosi anche dell'esperienza rivoluzionaria russa, copiando ciò che gli serviva in fatto di organizzazione, disciplina, centralizzazione, partito unico di una classe. L'essenza del fascismo, però, non è in questi suoi aspetti sovrastrutturali, anche se la borghesia ne ha bisogno perché rappresentano la giustificazione politica della controrivoluzione.

La vera risposta al perché la borghesia stesse intraprendendo questa strada sta nel fatto che nell'epoca dell'imperialismo il fascismo è la struttura di qualsiasi forma di governo borghese. L'imperialismo è la fase «suprema», cioè l'ultima. A questa fase corrisponde un modo di governo dei fatti economici e sociali determinato dalla maturità delle condizioni economiche. Non può essere un modo qualsiasi, né può essere un modo adeguato a periodi precedenti della storia del capitalismo. La fase suprema del capitalismo pretende una fase suprema del modo di governo. Il processo è irreversibile, quindi la nuova forma di dominio borghese è irrinunciabile da parte della borghesia.

Questa non è una «invenzione» della nostra corrente. L'analisi approfondita seppure non ancora esplicita della necessità del fascismo la troviamo in Lenin e precisamente nell'«Imperialismo, fase suprema del capitalismo». Per Lenin l'aggettivo «supremo» sta come «putrefatto» e lo spiega più volte. Il testo finisce con questa osservazione: l'imperialismo, cioè la putrefazione del capitalismo, è la fase suprema, cioè quella della socializzazione della produzione. Si tratta di capitalismo di transizione, cioè di capitalismo morente.

È per cercare di non morire che il capitalismo deve darsi questa estrema forma di dominio sintetizzata nella parola «fascismo» che la Sinistra utilizza come un comodo riferimento, dietro il quale però vi è una ricostruzione materialistico-dialettica del processo storico che porta al superamento del capitalismo. Il fascismo non è dunque un ritorno indietro nella storia, non rappresenta per il proletariato una sconfitta maggiore di quanto non lo rappresenti la democrazia; anzi, più sono moderni e semplificati i rapporti di classe, meglio è per la rivoluzione futura:
«
per il movimento che avesse rigata la via diritta, [il fascismo] sarebbe stato, come sarà [riconosciuto] un giorno, il regalo migliore della storia» (4).
Grande scandalo, naturalmente tra gli opportunisti; ma in realtà tutto è già scritto per esempio nel «18 brumaio» di Marx. Quando l'esecutivo borghese si erge contro il parlamento, con ciò stesso si isola di fronte alla rivoluzione che non avrà altri ostacoli da abbattere.

Invece di gridare con Marx «ben scavato, vecchia talpa!», invece di prepararsi alla risposta armata contro la guardia bianca, l'opportunista ritorna vigliaccamente alla difesa della democrazia e del parlamento. Mentre la storia pone su di un piatto d'argento la semplificazione della via rivoluzionaria, l'opportunista la complica tornando a legami sociali precedenti. Il fascismo in sé non è più controrivoluzionario di altre forme del regime borghese: esso lo diventa a causa della reazione antifascista che getta il proletariato nell'alleanza mortale con altri strati sociali in difesa della democrazia borghese perduta:
«
Il risultato peggiore, per le sorti delle classe proletaria, è l'entrata nel tronfio affasciamento antifascista della parte proletaria che aveva finalmente imboccata la via originale ed autonoma, sicché tutti, ognuno a modo suo, si sono rimessi a rifare lo sviluppo del primo Risorgimento. Merito questo controrivoluzionario che pesa un secolo, se quello di Mussolini ha pesato un ventennio. Ma il secondo ha pesato in senso controrivoluzionario perché così l'hanno preso i maneggioni della politica opportunista» (5).

Il fascismo ha usato violenza e assassinio né più né meno di quanto hanno fatto i regimi precedenti o successivi, in Italia e altrove. Ma sarebbe sciocco moralismo fermarsi a considerazioni quantitative sulla violenza manifesta o potenziale in confronto delle forme di governo. Invece è materialismo dialettico dimostrare che la violenza contro l'umanità non è dovuta alla forma fenomenica, fascista o meno, del capitalismo ma al capitalismo stesso.

Ideologicamente, abbiamo detto, il fascismo non porta nulla di nuovo, si limita a copiare ciò che gli serve da ciò che già esiste, a destra e soprattutto a sinistra. Ciò che di veramente nuovo introduce è una nuova organizzazione dello Stato, un unico partito borghese centralizzato, una poderosa organizzazione militare e sociale che coinvolge il proletariato stesso.

Nel 1924 si vede ancora una contraddizione mortale tra la necessità organizzativa e centralizzatrice dello Stato borghese e l'ideologia ultraliberista professata dai fascisti. Si tratta di una contraddizione tra il fascismo e chi lo impersona. Se le cose stanno così, non possono durare,
«
il fascismo è condannato al fallimento in forza dell'anarchia economica del capitalismo, malgrado il fatto che abbia preso saldamente in pugno le redini del governo» (6).

Nel 1924 il fascismo è effettivamente in crisi, non riesce a sfruttare la vittoria elettorale per rilanciare l'economia e ristrutturare completamente lo Stato. L'assassinio di Matteotti provoca una generalizzata ribellione operaia che sembra prefigurare la possibilità di una ripresa di classe. Ma di lì a poco il fascismo compirà il suo capolavoro: razionalizzerà l'intervento dispotico in economia regolando da una parte l'anarchia capitalistica e dall'altra la tendenza naturale al monopolio. Viene ammortizzata la contraddizione fondamentale dell'anarchia produttiva e distributiva, ma viene anche combattuta la tendenza alla eccessiva concentrazione monopolistica, fattore di espropriazione e di limitazione del «libero mercato». Lo Stato acquisterà le aziende sofferenti a causa della concorrenza, le chiuderà o rinnoverà a seconda delle loro condizioni, quindi le restituirà al mercato. Verrà regolato il credito, verranno progettati ampi lavori pubblici.

Keynes razionalizzerà tutto ciò in un sistema teorico formale almeno dieci anni dopo, più tardi ancora delle prime applicazioni del fascismo tedesco. Del resto un fenomeno materiale, un'esigenza vitale del capitalismo non poteva rimanere un'eccezione.
«
Noi siamo del parere che il fascismo tenda in certo modo a diffondersi anche fuori d'Italia... In generale noi possiamo attenderci all'estero una copia del fascismo italiano che s'incrocerà con forme di estrinsecazione della ondata democratica e pacifista» (7), dicemmo nel 1924.

Fascismo e ondata democratica e pacifista? I delegati europei, seduti a congresso, educati alla democrazia e al pacifismo devono aver pensato di noi: questi sono matti. I delegati russi non compresero e combatterono la Sinistra pagando a caro prezzo il loro errore. In Germania i socialdemocratici Scheidemann e Noske avevano già aperto la strada (8), i plotoni di esecuzione staliniani eliminarono, dopo regolare e democratico processo, la vecchia guardia bolscevica.

La destra storica che governò l'Italia dopo l'unificazione nazionale fu l'ultimo esempio di governo borghese liberista coerente. Ma fu già accentratrice e unificatrice delle spinte particolaristiche. Scomparve una volta per tutte nel 1876, quando fu vinta dalla sinistra borghese demagogica e parolaia, dimostratasi poi incapace di riformare il suo Stato. Il fascismo non fu un ritorno a situazioni pre-unitarie e pre-borghesi, fu invece fenomeno moderno capace di riforma. Non nel senso che fu il prosecutore della sinistra borghese: esso fu in realtà il realizzatore dialettico delle vecchie istanze del riformismo socialista.

Non aver capito questo, fu un disastro per il movimento operaio mondiale, che precipitò sotto l'influenza di un prodotto sociale peggiore del fascismo stesso: l'antifascismo piagnone e democratoide.
«
Quando il primo esempio del tipo di governo totalitario borghese si ebbe in Italia col fascismo, la fondamentale falsa impostazione strategica di dare al proletariato la consegna della lotta per la libertà e le garanzie costituzionali nel seno di una coalizione antifascista manifestò il fuorviarsi totale del movimento comunista internazionale dalla giusta strategia rivoluzionaria. Il confondere Mussolini e Hitler, riformatori del regime capitalistico nel senso più moderno, con Kornilov o con le forze della restaurazione e della Santa Alleanza del 1815, fu il più grande e rovinoso errore di valutazione e segnò l'abbandono totale del metodo rivoluzionario» (9).

«Il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo» (A. Bordiga)

La posizione della Sinistra comunista durante la guerra
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...Il fascismo è un fenomeno storico mondiale, espressione della politica della classe capitalistica dominante nella fase in cui la sua economia assume i caratteri monopolistici ed imperialistici. Caratteristica essenziale del movimento fascista è l'attacco demolitore alla esistenza di autonome organizzazioni ed inquadramenti di classe dei lavoratori. In tale attacco il fascismo utilizza, oltre alle forze del nuovo partito borghese di classe da esso costituito, quelle dello Stato e di tutti gli altri partiti borghesi, con esso conniventi in questo compito contro-offensivo e di contro-rivoluzione preventiva per il mantenimento dei principii di classe. È respinta come antistorica la tesi che il fascismo consista in una reazione feudalistica o assolutistica medievale, tendente a distruggere le conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale...

La parola politica centrale del partito comunista internazionale in tutti i paesi (come già durante la guerra e l'apparente lotta dei regimi borghesi che si definiscono democratici contro le forme fasciste di governo capitalistico, così l'attuale periodo postbellico in cui gli Stati vincitori della guerra erediteranno e adotteranno questa politica dopo una più o meno brusca e più o meno abile conversione propagandistica), non sarà quella di attendere, di propugnare, di reclamare con parole di agitazione il ricostituirsi dell'ordinamento borghese proprio del sorpassato periodo di transitorio equilibrio liberale e democratico. Il partito respinge quindi ogni politica di collaborazione con gruppi di partiti borghesi e pseudo-proletari che agitino il falso ingannevole postulato di sostituire al fascismo regimi di «vera» democrazia.

Tale politica anzitutto è illusoria perché il mondo capitalistico per tutto il tempo della sua sopravvivenza non potrà più ordinarsi in forme liberali, ma sarà sempre più incardinato su mostruose unità statali, spietata espressione della concentrazione economica del padronato, e sempre più armata di una polizia repressiva di classe; in secondo luogo è disfattista, perché al raggiungimento di questo postulato (anche quando per un breve ulteriore periodo in qualche secondario settore del mondo moderno potesse avere una sopravvivenza), sacrifica le molto più importanti caratteristiche vitali del movimento nella dottrina, nella autonomia organizzativa di classe, nella tattica capace di preparare e di avviare la lotta rivoluzionaria finale, scopo essenziale del partito; in terzo luogo è controrivoluzionaria in quanto avvalora agli occhi del proletariato ideologie, gruppi sociali e partiti sostanzialmente scettici e impotenti ai fini della stessa democrazia che professano in astratto, e di cui la sola funzione ed il solo scopo, concomitanti in pieno con quelli dei movimenti fascisti, è di scongiurare a qualunque costo la marcia indipendente ed il diretto assalto delle masse sfruttate ai fondamenti economici e giuridici del sistema borghese...

I comitati di liberazione nazionale storicamente e politicamente si richiamano a finalità e scopi contrari alla politica ed agli interessi proletari. Di fatto, non possono nemmeno vantarsi dell'abbattimento del fascismo. L'azione clandestina svolta contro il regime fascista ebbe ed ha per coefficienti effettivi le reazioni spontanee ed informi di gruppi proletari e di scarsi intellettuali disinteressati, nonché l'azione e l'organizzazione che ogni Stato ed esercito crea ed alimenta alle spalle del nemico, e solo in minima parte l'influenza dei caporioni politici - vecchi politicanti svuotati o nuovi avventurieri a disposizione di qualunque forza appaia lanciata al successo, venuti fuori come mosche cocchiere subito dopo l'arrivo dei vincitori per il pronto accaparramento delle posizioni di beneficio.

In realtà, la rete che i partiti borghesi o pseudoproletari hanno costituito nel periodo clandestino non aveva come scopo l'insurrezione partigiana nazionale e democratica, ma solo la creazione di un apparato di immobilizzazione di ogni movimento rivoluzionario che avrebbe potuto determinarsi al momento del collasso della difesa fascista e tedesca...

Il problema della liquidazione del fascismo non ha alcun senso, in quanto il fascismo è il moderno contenuto del regime borghese, e si può superarlo storicamente ed annientarlo solo rovesciando il potere della classe capitalistica ed i suoi istituti, compito che non può essere assolto da coalizioni politiche tanto ibride quanto impotenti e per nulla intenzionate a demolire il fascismo, ma solo dall'azione rivoluzionaria del proletariato. Per conseguenza, il partito squalifica e respinge tutto l'armamentario di repressione del fascismo, inscenato dagli attuali governi d'Italia. L'unica seria lotta contro il fascismo non consiste nel rintracciare e perseguitare i militanti, gli squadristi, i gerarchi del periodo fascista, in gran numero già annidati nelle presenti gerarchie, con metodo e stile immutati, ma nello scoprire e colpire gli interessi di classe e gli strati sociali che compirono quella mobilitazione, e che sono i medesimi che tentano oggi di serbare il controllo dello Stato.
(Dalla «Piattaforma politica del partito», inizio del 1945.)

I tre fattori della vittoria fascista
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...Frattanto, il complice di avanguardia della classe dominante italiana, Benito Mussolini, provvedeva a impersonare la riscossa delle forze conservatrici e fondava il movimento fascista. La politica fascista, caratteristica del moderno stadio borghese, faceva in Italia il primo classico esperimento. Col fascismo la borghesia, pur sapendo che lo Stato ufficiale con tutte le sue impalcature è il suo comitato di difesa, cerca di adattare il classico suo individualismo a una coscienza e a un'inquadratura di classe.

Essa ruba così al proletariato il suo segreto storico, e in tale bisogna i suoi migliori pretoriani sono i transfughi dalle file rivoluzionarie. Nella inquadratura fascista, la borghesia italiana seppe in effetti impegnare sé stessa e i suoi giovani personalmente nella lotta, lotta per la vita e per la salvezza dei suoi privilegi di sfruttamento. Ma, naturalmente, il fascismo consisté anche nell'inquadrare nelle file di un partito e di una guardia di combattimento civile gli strati di altre classi tormentate dalla situazione, non esclusi alcuni elementi proletari delusi dalla falsa apparenza dei partiti che da anni parlavano di rivoluzione, ma rivelavano la loro palese impotenza.

Il compito immediato del fascismo è la controffensiva all'azione di classe proletaria, avente scopo non puramente difensivo, secondo il compito tradizionale della politica di stato, ma distruttivo di tutte le forme autonome di organizzazione del proletariato. Quando la situazione sociale è matura nel senso rivoluzionario, sia pure con un processo difficile e pieno di scontri, ogni organo delle classi sfruttate che lo Stato non riesca ad assorbire per irretirlo nella sua pletorica impalcatura, e che seguiti a vivere su una piattaforma autonoma, diventa una posizione di assalto rivoluzionario. La borghesia nella fase fascista comprende che tali organismi, sebbene tollerati dal diritto ufficiale, devono essere soppressi, e, non essendo conveniente inviare a farlo i reparti armati statali, crea la guardia armata irregolare delle squadre d'azione e delle camicie nere.

La lotta si ingaggiò tra i gruppi di avanguardia del proletariato e le nuove formazioni del fascismo e, come è ben noto, fu perduta dai primi. Ma questa sconfitta e la vittoria fascista furono possibili per l'azione di tre concomitanti fattori.

Il primo fattore, il più evidente, il più impressionante nelle manifestazioni esteriori, nelle cronache e nei commenti politici, nelle valutazioni in base ai criteri convenzionali e tradizionali, fu appunto la organizzazione fascista mussoliniana, con le sue squadre, i gagliardetti neri, i teschi, i pugnali, i manganelli, i bidoni di benzina, l'olio di ricino e tutto questo truce armamentario.

Il secondo fattore, quello veramente decisivo, fu l'intiera forza organizzata dell'impalcatura statale borghese, costituita dai suoi organismi. La polizia, quando la vigorosa reazione proletaria (così come da principio avveniva molto spesso) respingeva e pestava i neri, ovunque interveniva attaccando e annientando i rossi vincitori, mentre assisteva indifferente e soddisfatta alle gesta fasciste quando erano coronate da successo. La magistratura, che nei casi di delitti sovversivi e «agguati comunisti» distribuiva trentine di anni di galera ed ergastolo in pieno regime liberale, assolveva quei bravi ragazzi degli squadristi di Mussolini, pescati in pieno esercizio di rivoluzione e di assassinio. L'esercito, in base ad una famosa circolare agli ufficiali del ministro della guerra Bonomi, era impegnato ad appoggiare le azioni di combattimento fascista; e da tutte le altre istituzioni e caste (dinastia, Chiesa, nobiltà, alta burocrazia, parlamento) l'avvento dell'unica forza venuta ad arginare l'incombente pericolo bolscevico era accolta con plauso e con gioia.

Il terzo fattore fu il gioco politico infame e disfattista dell'opportunismo social-democratico e legalitario. Quando si doveva dare la parola d'ordine che all'illegalismo borghese dovesse rispondere (non avendo potuto o saputo precederlo e stroncarlo sotto le sporche vesti democratiche) l'illegalismo proletario, alla violenza fascista la violenza rivoluzionaria, al terrore contro i lavoratori il terrore contro i borghesi e i profittatori di guerra fin nelle loro case e nei luoghi di godimento, al tentativo di affermare la dittatura capitalista quello di uccidere la libertà legale borghese sotto i colpi di classe della dittatura proletaria, si inscenò invece la imbelle campagna del vittimismo pecorile, si dette la parola della legalità contro la violenza, del disarmo contro il terrore, si diffuse in tutti i modi tra le masse la propaganda insensata che non si dovesse correre alle armi, ma si dovesse attendere l'immancabile intervento dell'Autorità costituita dallo Stato, la quale avrebbe ad un certo momento, con le forze della legge e in ossequio alle varie sue carte, garanzie e statuti, provveduto a strappare i denti e le unghie all'illegale movimento fascista.

Come dimostrò l'eroica resistenza proletaria, come attestano le porte delle Camere del Lavoro sfondate dai colpi d'artiglieria attraverso le piazze su cui giacevano i cadaveri degli squadristi, come provarono i rioni operai delle città espugnati, come a Parma dall'esercito, come in Ancona dai carabinieri, come a Bari dai tiri della flotta da guerra, come dimostrò il sabotaggio riformista e confederale di tutti i grandi scioperi locali e nazionali fino a quello dell'agosto 1922 (che, a detta dello stesso Mussolini, segna la decisiva affermazione del fascismo, giacché la pagliaccesca marcia su Roma in vagone letto del 28 ottobre fu fatta solo per i gonzi), senza il gioco concomitante di questi tre fattori il fascismo non avrebbe vinto. E se nella storia ha un senso parlare di fatti non realizzati, la mancata vittoria del fascismo avrebbe significato non la salvezza della democrazia, ma il proseguire della marcia rivoluzionaria rossa e la fine del regime della classe dominante italiana. Questa, ben comprendendolo, in tutti i suoi esponenti, conservatori e social-riformisti, preti e massoni, plaudì freneticamente al suo salvatore.

Se questo giustamente rappresentò il primo dei tre fattori della vittoria, al secondo, la forza dello Stato, vanno dati i nomi dei partiti e degli uomini che governarono l'Italia dal 1910 al 1922, i liberali come Nitti e Giolitti, i social-riformisti come Bonomi e Labriola, i clericali in via di democratizzazione come Meda e Rodinò, i radicali come Gasparotto e così via. Al terzo fattore, costituito dalla politica disfattista dei capi proletari, vanno dati i nomi dei D'Aragona e Baldesi, Turati e Treves, Nenni e compagni, che giunsero, a nome dei loro partiti e dei loro sindacati, a firmare il patto di pacificazione col fascismo, patto che comportava il disarmo di ambo le parti, ma naturalmente valse soltanto a disarmare il proletariato...

Ben presto il nuovo sistema, di cui la chiave evidente era la sostituzione del partito unitario borghese al complesso ciarlatanesco dei partiti borghesi tradizionali (prima realizzazione della tendenza del mondo moderno, per cui in tutti i grandi Stati del capitalismo in fase imperiale amministrerà il potere un'unica organizzazione politica) passò alla liquidazione del personale delle vecchie gerarchie politiche, e questi complici del primo periodo furono liquidati ed espulsi a pedate dalla scena politica. L'episodio centrale della resistenza di questo strato che troppo tardi si accorgeva dello sviluppo degli eventi, ma che storicamente mai avrebbe cambiato strada (perché cambiarla a tempo avrebbe significato rinunziare al sabotaggio della rivoluzione) fu costituito dalla lotta sorta dopo l'uccisione di Matteotti.

Questo gruppo ignobile di traditori invocò e pretese l'appoggio e l'alleanza del proletariato per rovesciare il fascismo, ma nello stesso tempo non cessò dal piatire il legale intervento della dinastia, dal fare l'apologia della legge, del diritto e della morale, tutte armi che non scalfivano per niente la grandeggiante inquadratura fascista, e dal deprecare ogni violenza di masse.

L'avanguardia cosciente del proletariato in tale momento non doveva avere lacrime per la violata libertà di questi sporchi servi del fascismo, ma, dopo avere virilmente sostenuta la bufera della controrivoluzione, ben poteva compiacersi della sorte di questi miserandi relitti delle cricche parlamentari. Da allora, invece, comincia a sorgere il prodotto più nauseante del fascismo, l'antifascismo bolso, incosciente, privo di connotati, incapace di classificare storicamente il suo avversario, incapace di capire che, se questo ha potuto vincere, è perché le vecchie risorse della politica borghese erano fruste e fradicie, incapace di intendere che solo la rivoluzione può superare la fase fascista, e che contrapporvi il nostalgico desiderio del ritorno alle istituzioni e alle forme statali del periodo che la precedette è veramente la più reazionaria delle posizioni.

Durante il suo primo periodo, il fascismo sedò le resistenze, liquidò i residui delle vecchie organizzazioni politiche, impostò la sua non originale e non risolutiva soluzione delle questioni sociali prendendo a prestito dai programmi del socialismo riformista la inserzione nello Stato degli organismi sindacali e la creazione di un meccanismo arbitrale centrale, che, al fine supremo della conservazione dello sfruttamento padronale, compensava i guadagni e le rimunerazioni dei lavoratori contenendo a grandi sforzi in un piano economico generale la speculazione capitalistica.

Ma questo primo esperimento di amministrazione politica totalitaria della vita sociale, nell'ambiente economico italiano di scarso potenziale intrinseco, dette risultati assai meschini, e l'apparente solidità del regime si mantenne solo con l'abuso smodato di una retorica parolaia, che fu la continuazione fedele della vuotaggine del tradizionale parlamentarismo italiano.

Dal punto di vista convenzionale e borghese, il fascismo segnò una nuova era rispetto al ciclo precedente della classe dominante italiana, nelle sue vicende di politica interna ed estera. Contro la concorde, benché opposta affermazione di questa antitesi da parte dei dottrinari da operetta del fascismo e dell'antifascismo, una valutazione marxista riconosce la logica e coerente continuità e responsabilità storica nell'opera e nella funzione della classe dominante italiana prima e dopo il 28 ottobre 1922. Tutto ciò che è stato perpetrato e consumato dopo trova le sue premesse necessarie in quanto si svolse nei precedenti decenni.

Lo stesso movimento fascista, con la pseudo-teoria che mai seppe prendere corpo, nasce con continuità di atteggiamenti, di consegne, di organizzazioni e di capi, dal movimento dei fasci interventisti dal 1914, a cui si richiamano quasi tutti i movimenti che si vantano antifascisti...

Comunque, la situazione succeduta al fascismo è di tale miseria politica, che non contiene nemmeno gli elementi retorici che rispondono a queste banali riesumazioni, alla nuova rivoluzione liberale ed al Risorgimento seconda edizione.

Come si può dire che il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo quale oggi lo vediamo, così può dirsi che la stessa caduta del fascismo, il 25 luglio '43, coprì nel medesimo tempo di vergogna il fascismo stesso, che non trovò nei suoi milioni di moschetti un proiettile pronto ad essere sparato per la difesa del Duce, ed il movimento antifascista nelle sue varie sfumature, che nulla aveva osato dieci minuti prima del crollo, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare la falsificazione storica di averne il merito.

Vi furono negli anni del fascismo ed in quelli di guerra opposizioni, resistenze e rivolte, come vi sono state nelle zone tenute dai fascisti e dai tedeschi lotte condotte da partigiani armati. Ma mentre il politicantismo borghese è riuscito a dare a questi movimenti le sue false etichette liberali e patriottarde, nella realtà sociale tutti quei conati generosi vanno attribuiti a gruppi proletari, che, se nella coscienza politica non si sono saputi svincolare dalle mille menzogne dell'antifascismo ufficiale, nella loro battaglia esprimono il tentativo di una rivincita di classe, di una manifestazione autonoma di forze rivoluzionarie tendenti a schiacciare tutte le forze nemiche degli strati sociali dominanti e sfruttatori.

Il tracollo decisivo del regime fascista è derivato dalla sconfitta militare, dalla logica politica di guerra degli alleati, che, conoscendo la fragilità dell'impalcatura statale militare italiana, hanno localizzato presso di noi i primi formidabili colpi d'ariete della loro riscossa contro i successi tedeschi. Quando il territorio italiano era largamente invaso, il fascismo perse la partita non per il gioco dei suoi rapporti di forza coi partiti italiani antifascisti, ma per il gioco di rapporti di forza tra l'organismo statale militare italiano e quelli nemici...

Poiché la crisi culminante dello Stato borghese italiano (e non del solo fascismo che non era che la sua ultima incarnazione) non coincideva affatto nel tempo con la crisi dell'organismo militare tedesco, si determinò la situazione di liquidazione catastrofica di tutta la forza storica della classe dominante italiana. Questa, nel suo tentativo di gettare a mare l'alleato facendosene un merito agli occhi del vincitore, percorse una via rovinosa, perché in realtà non aveva più forza per costituire una seria pedina nel gioco dell'uno o dell'altro dei contendenti. Cercò di non confessarlo, e tutti gli attuali partiti dell'antifascismo furono complici nella responsabilità di questa vergognosa per quanto vana truffa politica.

Monarchia, Stato Maggiore, burocrazia, dapprima gettano a mare Mussolini, ma, non avendo nulla preparato di positivo per affrontare non tanto il fascismo, quanto il suo alleato tedesco, sono costretti a vivere l'ignobile farsa dei 45 giorni, in cui dicono corna di Mussolini ma proclamano che il popolo italiano deve seguitare a combattere la guerra tedesca. Preparano, poi, non il cambiamento di fronte, impossibile ad un popolo e ad un esercito ormai incapaci di combattere e stanchi di sacrificarsi dopo tutte le vicende passate, ma esclusivamente il loro salvataggio di classe, di casta e di gerarchie, poco curandosi che tale salvataggio di responsabili e complici inveterati della politica fascista duplicasse l'amarezza del calvario del popolo lavoratore italiano.

In questo quadro di clamoroso fallimento corrono a rioccupare i loro posti i partiti della pretesa sinistra antifascista, e quelli che sfruttano i vecchi nomi dei partiti della classe proletaria italiana. Ma nessuno di essi rifiuta la corresponsabilità di questa colossale manovra di inganni e di menzogna.

L'Italia che aveva vissuto per 22 anni di bugie politiche convenzionali, rimane nella stessa atmosfera, aggravata dal disastro economico e sociale. Nessuno dei partiti antifascisti trova la forza di contrapporre alla retorica della immancabile vittoria della banda mussoliniana, l'accettazione coraggiosa della realtà della sconfitta. Essi si pongono sul terreno banale della parola antitedesca cercando invano di presentare ai vincitori una Italia che, facendo per quattro anni la guerra contro di essi, fosse in realtà una loro alleata, e promettendo ciò che nessun partito italiano poteva mantenere, cioè un apporto positivo alla guerra contro la Germania, ed in realtà anche dal punto di vista nazionale non riescono ad un salvataggio parziale ma cadono in un peggiore disfattismo.

Le parole dei giornali dei partiti che si dicono rivoluzionari, echeggianti completamente quelle fasciste - unità nazionale, tregua di classe, esercito, guerra, vittoria - parole altrettanto false quanto allora, mascherano soltanto la libidine di dominio delle classi privilegiate, pronte ancora una volta ad un mercato fatto sulla carne e sul sangue dei lavoratori, e rispondono al tentativo di salvare alla borghesia italiana una posizione di classe economica dominatrice, sia pure vassalla di aggruppamenti statali infinitamente più forti, mediante l'offerta della vita, degli sforzi, del lavoro della classe operaia, a vantaggio prima della guerra, poi del peso titanico della ricostruzione. La borghesia italiana, la stessa che si servì di Mussolini, che plaudì a lui, che lo seguì nella guerra finché fu fortunata, firma coi suoi nemici un armistizio che non può pubblicare, perché con esso ha tentato di risalire dal vortice che la inghiotte a tutte spese di quelle classi che da decenni ha ignobilmente sfruttate e che spera di poter seguitare ad opprimere, se non come padrona assoluta, come aguzzina di nuovi padroni. Di questo segreto contratto e del suo spietato carattere di classe sono volontariamente corresponsabili tutti i partiti che agiscono oggi nel campo politico italiano, che accettarono di coprire la manovra con l'adozione delle false parole dell'alleanza, dell'armamento, della guerra, e che non osano, pur abbeverandosi ad un'orgia di liberalismo, avanzare nessuna timida eccezione critica alla dittatura di queste colossali menzogne.

Ritornando alla tesi-base dell'antifascismo di tutte le sfumature, secondo cui il fascismo fu ritorno reazionario di regimi pre-borghesi e feudali, e dopo la sua caduta si pone il postulato di ricominciare la rivoluzione ed il Risorgimento borghese con la solidarietà di tutte le classi, dalla borghesia al proletariato, e dopo di aver dimostrato l'enorme falsità storica e politica di questa posizione, deve concludersi che, se per un momento la tesi fosse vera, la rinascente borghesia avrebbe dovuto ricominciare il suo ciclo nelle forme iniziali che gli furono proprie, forme di dittatura di classe, di direzione totalitaria del potere, e non di tolleranza liberale.

Lo stesso fatto che le gerarchie politiche oggi prevalenti sono state incapaci a scorgere la necessità, per estirpare il fascismo, di una fase di dittatura e di terrore politico, dimostra che tra il fascismo ed esse - come insegna la valutazione fatta secondo le direttive marxiste - non vi è antitesi storica e politica, che il fascismo nei suoi risultati non è storicamente sopprimibile da parte di correnti politiche borghesi o collaboranti, che gli antifascisti di oggi, sotto la maschera della sterile ed impotente negazione, sono del fascismo i continuatori e gli eredi, e prendono atto passivamente di quanto il periodo fascista ha determinato e mutato nell'ambiente sociale italiano.

E a conclusione di quelli che sono gli aspetti internazionali della commedia e della tragica farsa che va dal 25 luglio all'8 settembre, va ribadito che l'armistizio italiano non fu vero armistizio.

È mancato quel mercato militare che è la base del fatto giuridico di armistizio. Era inutile stipularlo, e bastava proclamare ovunque la consegna dei frammenti di territorio italiano alla forza del primo occupante straniero. Il mercato è stato politico e di classe; quei gruppi, espressione della classe dominante, hanno tentato di barattare il privilegio di governare e sfruttare l'Italia, ossia la classe lavoratrice di questo paese, contro la firma di una serie di condizioni di servitù politica ed economica, che la forza del vincitore era ben libera di realizzare col suo diritto storico, ma che tuttavia la sua propaganda può oggi presentare come giuridicamente garantite.

Con l'armistizio, la casta militare italiana, nella immensa maggioranza, non invertì le direttrici del tiro, ma si preoccupò solo di rubare e vendere il contenuto dei depositi, dopo aver buttato via armi e divise. I fascisti, evidentemente, lo facevano per sabotare l'alleato, gli antifascisti per sabotare i tedeschi. Soltanto a tale risultato poteva condurre il capolavoro della tremenda opposizione antifascista italiana che, con la doppia manovra 25 luglio-8 settembre, coronò degnamente il corso della classe dominante italiana in un secolo di storia. Da allora questo metodo geniale ha preso il nome di «doppio gioco» con la caratteristica della sua miserabilità, e con quella che esso non è servito nemmeno ad ingannare il padrone, da nessuno dei due fronti...
(Da «La classe dominante italiana e il suo Stato nazionale», agosto 1946.)

Lenin e la fase suprema del capitalismo
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...La classe dominante, sempre soggetta al dinamismo della concorrenza tra ditte imprenditrici, quando si sente sulla soglia della rovina trova alla concorrenza un limite nei nuovi schemi monopolistici, e dalle sue grandi centrali dell'affarismo bancario decreta la sorte delle singole imprese, fissa i prezzi, vende sotto prezzo, quando convenga al raggiungimento dei suoi scopi, fa oscillare paurosamente valori speculativi, e tenta con sforzi grandiosi di costituire centrali di controllo e di infrenamento del fatto economico, negando la incontrollata libertà, mito delle prime teorie economiche capitalistiche.

Per intendere il senso dell'estremo sviluppo di questa terza fase del capitalismo mondiale, si deve, seguendo Lenin, porla in rapporto al corrispondente svolgimento delle forze politiche che l'accompagna, fissare il rapporto tra capitale finanziario monopolistico e Stato borghese, stabilire le sue relazioni con le tragedie delle grandi guerre imperialistiche e con la tendenza storica generale alla oppressione nazionale e sociale...
(Da «Il ciclo storico dell'economia capitalistica», gennaio 1947.)

La forma del dominio borghese non ne cambia la natura
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L'iniziativa privata ha compiuto i suoi prodigi e battuto i suoi primati dalle audacie dei primi navigatori alle imprese temerarie e feroci dei colonizzatori delle più lontane zone del mondo. Ma ora cede il passo di fronte al prevalere dei formidabili intrecci delle attività coordinate, nella produzione delle merci, nella loro distribuzione, nella gestione dei servizi collettivi, nella ricerca scientifica in tutti i campi.

Non è pensabile un'autonomia di iniziative nella società che dispone della navigazione aerea, delle radio-comunicazioni, del cinema, della televisione, tutti ritrovati di applicazione esclusivamente sociale.

Anche quindi la politica di governo della classe imperante, da vari decenni a questa parte e con ritmo sempre più deciso, si evolve verso forme di stretto controllo, di direzione unitaria, di impalcatura gerarchica fortemente centralizzata.

Questo stadio e questa forma politica moderna, sovrastruttura che nasce dal fenomeno economico monopolistico ed imperialistico previsto da Lenin fin dal 1916 col dire che le forme politiche della più recente fase capitalistica possono essere soltanto di tirannia e di oppressione, questa fase che tende a sostituire generalmente nel mondo moderno quella del liberalismo democratico classico, non è altro che il fascismo.

Enorme errore scientifico e storico è il confondere questo sorgere di una nuova forma politica imposta dai tempi, conseguenza e condizione inevitabile del sopravvivere del sistema capitalistico di oppressione alla erosione dei suoi contrasti interni, con un ritorno reazionario delle forze sociali delle classi feudali, le quali minaccino di sostituire alle forme democratiche borghesi una restaurazione dei dispotismi dell'ancien régime; laddove la borghesia già da secoli ha posto fuori combattimento ed annientato nella maggior parte del mondo queste forze sociali feudali.

Chiunque senta minimamente l'effetto di una tale interpretazione e ne segua minimamente le suggestioni e le preoccupazioni è fuori del campo e della politica comunista.

La nuova forma con la quale il capitalismo borghese amministrerà il mondo, se e fino a quando non lo travolgerà la rivoluzione del proletariato, va facendo la sua apparizione con un processo che non va decifrato coi banali e scolastici metodi del critico filisteo.

Da parte marxista non si è fatto mai conto dell'obiezione che il primo esempio di potere proletario dovesse essere dato da un paese industriale progredito e non dalla Russia zarista e feudale, in quanto l'avvicendamento dei cicli di classe è fatto internazionale e giuoco di forze su scala mondiale, che localmente si manifesta dove concorrono le favorevoli condizioni storiche (guerra, sconfitta, sopravvivenza eccessiva di regimi decrepiti, buon organamento del partito rivoluzionario, ecc.).

Meno ancora deve stupire se le manifestazioni del trapasso dal liberalismo al fascismo possono presentare dialetticamente presso i singoli popoli le più svariate successioni, giacché si tratta di un trapasso meno radicale, in cui non è la classe dominante che muta, ma solo la forma del suo dominare.

Il fascismo adunque può dal punto di vista economico definirsi come un tentativo di autocontrollo e di autolimitazione del capitalismo tendente a frenare in una disciplina centralizzata le punte più allarmanti dei fenomeni economici che conducono a rendere insanabili le contraddizioni del sistema...

La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Malgrado l'impiego su vastissima scala dell'imbonitura democratica, il mondo capitalistico avendo salvato, anche in questa tremenda crisi, la integrità e la continuità storica delle sue più possenti unità statali, realizzerà un ulteriore grandioso sforzo per dominare le forze che lo minacciano, ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo dei processi economici e di immobilizzazione dell'autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l'ordine costituito. Come i vincitori legittimisti di Napoleone dovettero ereditare l'impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo, tremendamente sconvolto dalla seconda guerra imperialistica, con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il primo esperimento negli Stati vinti.

Questa verità fondamentale, più che essere il risultato di difficili ed apparentemente paradossali analisi critiche, ogni giorno di più si manifesta nel lavoro di organizzazione per il controllo economico, sociale, politico del mondo...
(Da «Il ciclo storico del dominio politico della borghesia», gennaio 1947.)

Invarianza della formula corporativa sindacale
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Lo stesso movimento di organizzazione economica del proletariato verrà imprigionato, esattamente con lo stesso metodo inaugurato dal fascismo, ossia con il tendere verso il riconoscimento giuridico dei sindacati, che significa la loro trasformazione in organi dello Stato borghese. Riuscirà palese che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista (laburismo in Inghilterra, economismo in Russia, sindacalismo puro in Francia, sindacalismo riformista alla Cabrini-Bonomi e poi Rigola-D'Aragona in Italia) coincide sostanzialmente con quello del sindacalismo fascista, del corporativismo di Mussolini, e del nazional-socialismo di Hitler. La sola differenza è che il primo metodo corrisponde ad una fase in cui la borghesia pensa soltanto alla difensiva contro il pericolo rivoluzionario, il secondo alla fase in cui, per il grandeggiare della pressione proletaria, la borghesia passa all'offensiva. In nessuno dei due casi essa confessa di fare opera di classe; ma proclama sempre di voler rispettare il soddisfacimento di certe esigenze economiche dei lavoratori, e di voler attuare una collaborazione di classe...
(Da: «Il corso storico del movimento di classe del proletariato», marzo 1947.)

Hanno grufolato nello stesso trogolo dell'atlantismo
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...La formula della unità nel popolo e nella nazione delle classi sociali si rivela in ciò come formula propria ai borghesi e ai conservatori del privilegio di classe; basterebbe tanto a sfuggirla nella propaganda contro di essi. Ma, mentre i fascisti subissarono i loro oppositori della qualifica di antinazionali ed antitaliani, la opposizione (che si sarebbe avviata sulla via giusta rivendicando tale posizione e dicendo: finché lo Stato italiano e nazionale è nelle mani della vostra classe, si può abbatterne la forza politica solo su un piano antinazionale) si calò nella torbida palude delle proclamazioni di italianità, di patriottismo, perfino di guerraiolismo antitedesco.

Vana speranza, far capire agli stalinisti che battono il grugno contro le portaerei giganti e i carri armati ultrapesanti, che hanno essi costruito tutto ciò imponendo al proletariato che li seguiva il blocco con l'America.

Non meno vana quella di far intendere quali sono state le conseguenze della politica dei comitati di liberazione nazionale, oggi evidentissime: il sistema fascista, proprio del capitalismo moderno, è da noi del tutto in piedi, sebbene il «monopartitismo» sembri non esserci. Nella economia sociale tutto il sistema di brache mantenute al capitale, costruito nel ventennio (e prima) non fa che dilagare. La polizia è più forte di quella di Mussolini almeno nel rapporto in cui quella di Mussolini era più forte di quella di Giolitti. Siamo già alla milizia politica contro gli antinazionali.

Le portaerei, i tank e le milizie di sicurezza nazionale, le avete fatte voi, signori del Cominform, colla vostra supervantata «manovra»...
(Da «Battaglia nella pappa», settembre 1950.)

Resistenza, sangue versato a favore del nemico di classe
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Vedemmo in Spagna i due legionarismi, rosso e nero, che entrambi presero le forme partigiane; ossia di corpi militari sostenuti e mantenuti con la tecnica moderna e il relativo onere di spesa, senza che gli Stati comparissero in modo ufficiale, vedi ad esempio da una parte la Russia, dall'altra l'Italia.

Sembrava lo scontro di due mondi, ma tutto finì con una operazione di polizia compiacentemente sostenuta dai grandi empori delle democrazie occidentali, e con ambiguo atteggiamento di Mosca, ma con grave sconquasso del movimento rivoluzionario internazionale, sconquasso ideologico, organizzativo e sacrifizio di uomini validi e audaci, tutto nell'interesse e vantaggio del capitalismo...

I militanti rivoluzionari si tramutarono in avventurieri di tipo standard poco diversi da quello fascista dei primi tempi; anziché uomini di partito, custodi dell'indirizzo marxista e della salda autonoma organizzazione dei partiti e della Internazionale, divennero caporali generali e colonnelli da operetta. Rovinarono l'orientamento di classe del proletariato facendolo paurosamente rinculare di almeno un secolo, e chiamarono tutto ciò progressismo. Convinsero gli operai di Francia, d'Italia e di tutti gli altri paesi che la lotta di classe, per sua natura offensiva, a carattere di iniziativa deliberata e dichiarata, si concretava in un difesismo, in una resistenza, in una inutile e sanguinosa emorragia contro forze organizzate capitalistiche che non vennero superate ed espulse che da altre forze non meno regolari e non meno capitalistiche, mentre il metodo adottato impedì assolutamente di inserire nel trapasso un tentativo di attacco autonomo delle forze operaie....

Il partigiano è quello che combatte per un altro, se lo faccia per fede per dovere o per soldo poco importa.

Il militante del partito rivoluzionario è il lavoratore che combatte per sé stesso e per la classe cui appartiene.

Le sorti della ripresa rivoluzionaria dipendono dal potere elevare una nuova insormontabile barriera tra il metodo dell'azione classista di partito e quello demoborghese della lotta partigiana.
(Da «Marxismo e partigianesimo», aprile 1949.)

Questione ebraica, nazismo e stalinismo
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Non è la critica della teoria storica del popolo eletto che vogliamo ora tracciare. Nella serie dei loro calvari gli ebrei hanno pagato il peso di aver fatto di questa teoria la loro bandiera. Se con i cattolici quanto a deismo si equivalgono, perdettero la partita storica per il cosmopolitismo cattolico romano. Anche nella ondata recente dell'hitlerismo la grandezza di Roma si vide nella non discriminazione dei suoi millenari nemici di Sion.

Il nazismo voleva per sé il ruolo del popolo eletto, ruolo idiota e nefando. In Italia vi era da sfruttare la Roma pagana e non cristiana. Ma in Germania si ricorse all'idolo senza grandi colori della razza ariana. Chi è un ariano? Può essere un celta o un indiano, quel che si vuole. La definizione dovette essere negativa e fu infame: ariano è chi non è ebreo. La cosa si ridusse, nelle persecuzioni bestiali, a passare in corridoio alla Radek.

È rimasto qualcosa in piedi di questa dottrina razziale ariana? Può essa ridipingersi in un qualunque modo? Che sottostrato sociale rappresenta?

Il marxismo non ha difficoltà a liquidare questo problema con armi intatte e lucide di un secolo di grande storia. Gli ebrei hanno risolta la loro questione storica, dopo che Hitler fu schiacciato, ottenendo una terra ed uno Stato. Dietro di essi vi è il sistema capitalista e mercantile di sempre.

Ma che di diverso e migliore vi sarebbe dietro uno sciagurato antisemitismo di oggi 1960? Vi può essere un tessuto connettivo tra questi gruppetti di Bonn, di Londra, di America?

Per ora vale solo un confronto. Roma tutelò gli ebrei tra tutti gli altri antifascisti, più o meno resistenti in convento.

Fece, fa o farà qualcosa Mosca per essi? Fuori le carte! Non ricorderemo chi uccise i grandi bolscevichi di cui abbiamo scritto qui sopra i nomi. Ma restano i nomi di tre città e le date di tre anni da non scordare. Varsavia 1945, Berlino 1953, Budapest 1956. In tutti questi episodi tragici della storia del dopoguerra vi furono ebrei contro moscoviti. Non sempre lo stesso taglio razziale coincide con quello di classe. Ma soprattutto nel 1945 davanti a Varsavia i russi attesero il tempo necessario perché le ultime forze di Hitler annegassero il ghetto nel sangue. Sapeva Mosca che ne avrebbe tratto vantaggio immenso. Varsavia non era in quel momento ebrea o non ebrea, non era meno contro Mosca che contro Berlino; cadeva per la rivoluzione proletaria senza razza e senza bandiera! Cadeva per un'altra gloriosa Comune. Assisteremo tra le vergogne di questo tempo di lenoni ad una campagna dei servitori di Mosca che voglia scongiurare il mostro dell'antisemitismo? La cosa è del tutto prevedibile e plausibile.

Gli ebrei sono vittime di una illusione di millenni, ma hanno nel sangue l'intelligenza della storia. Se interrogati sulle memorie atroci dello sterminio nazista e sulle misure contro il rinascere del mostro, rifiuteranno una salvezza che dovesse loro venire dal Kremlino, ove si nazisteggia nel mito di un altro popolo eletto, e si cerca la missione di quello russo nella tradizione nazionale di Pietro il Grande...
(Da: «Torna la questione ebraica?» del febbraio 1960.)

Parole profetiche
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I Russi? Una diversa versione del gradualismo, che toglie al socialismo il suo carattere classista, è la formula del socialismo in un solo paese che ne uccide l'internazionalismo, è lo Stato non in via di sgonfiamento come Engels volle, ma mostruosamente enfiato, è la dittatura di una classe, che dista di tutto un ciclo storico dal potere unipersonale, risolta in un bastone di maresciallo, in una gerarchia professionale.

Comunque la superiorità storica relativa della versione sovietica è nel suo totalitarismo, progressivo perché pianificatore e centralizzante, con apici brillanti di rendimento tecnico, e perché non impacciato da scrupoli di tolleranze liberali. Ed allora perché mai offendersi dell'epiteto di totalitario, perché predicare una democrazia per uso esterno, e dichiararla progressiva? Il perché è prettamente demagogico, è la gara a chi meglio sfrutterà lo slancio della comune campagna - la più gigantesca turlupinatura della storia umana - contro il mostro fascista, modello ai suoi vincitori.

La chiave che mette tutti questi signori al loro posto è dunque semplice: la successione non è: fascismo, democrazia, socialismo - essa è invece: democrazia, fascismo, dittatura del proletariato.

Chi vuole essere progressivo sia fascista, e quindi non presti il ben che menomo credito allo slogan della democrazia progressiva, a cui Togliatti non crede e di cui si pentirà lui stesso quando vedrà di aver solo fabbricato con esso futuri zimbelli dell'imbonitura americana, quando nella corsa al fascismo effettivo sotto l'etichetta della libertà gli anglo-sassoni avranno battuto i russi, a cui manca, più che quello della energia nucleare, il controllo del dollaro, sicché saranno forse comprati prima di essere sconfitti...
(Da «Tendenze e socialismo», «Prometeo», n. 5 del gennaio 1947)

Democrazia e legge truffa: chi vince comunque le elezioni
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Queste forze sono stabili oggi e si fondano, come radice storica, su quelle che vantano di aver buttato giù tedeschi e fascisti con l'alleanza mondiale e l'inquadramento partigiano. Tale blocco ha passato la consegna, e (si sblocchi come vuole) le sue responsabilità sono comuni: la consegna non la ha oggi in mano il partito D.C. o il ministero De Gasperi, ma la flotta navale ed aerea americana, o se volete atlantica, le sue stabili basi a terra, e il collegamento costituzionale tra esse e una delle più affinate organizzazioni sbirraie. Sono fatti di reale forza storica; gli atlantici sono potenti non in ragione delle somme di voti delle recenti amministrative, o di quelli delle spasmodicamente attese politiche 1953, ma in ragione della sommatoria di forze politiche che si formò quando borghesi e comunistoidi bloccarono per la democrazia mondiale e i comitati di liberazione.

Il 1953 potrà dunque schierare come vorrà le sue stucchevoli cifre. Il potere non si taglia a fette in un momento fissato come quello in cui il fotografo fa scattare, ma si fonda su porzioni tagliate nell'ieri, nell'oggi e nel domani. Ora in Italia si batteranno: destra, centro e sinistra. Tutti capiscono.

Chi vincerà? Facile pronostico: il centro. Per i milioni di voti? Ohibò, di questa materia non siamo affatto intenditori e potremmo dire fesserie giganti.

Noi facciamo un calcolo a modo nostro, si potrebbe dire nello spazio-tempo politico.

Voti del centro: atlantici ieri, oggi e domani (nonché nella vita di oltretomba): atlantici, in pieno.

Voti della destra: antiatlantici ieri sotto Benito e Vittorio, atlantici oggi e domani, spaccati: atlantici, almeno ai tre quarti.

Voti della sinistra: atlantici ieri fino all'indecenza, antiatlantici oggi; domani poi, chi lo sa? Come piegare uomini così eletti come i loro capi, alla banalità del «definitivo»? In conclusione: atlantici per due terzi.

Con una formuletta statistico-probabilistica: vittoria americana ai tre quarti, matematicamente sicura...
(Da «Lebbra dell'illegalismo bastardo», giugno 1952.)

Quest'ultimo brano (in quest'ultimo capitolo tutti i testi sono di Amadeo Bordiga) era stato scritto in occasione della cosiddetta legge-truffa. Oggi siamo daccapo, anche se con varianti notevoli. L'atlantismo della guerra fredda ha lasciato il posto a un mondo in equilibrio instabile dove l'insicurezza, la crisi e la miseria si riversano in una caricatura di nazionalismo dove invece delle nazioni sono in ballo miserabili pezzetti di terra che non sono in grado non diciamo di rappresentare un moderno mercato capitalistico, ma neppure di sfamare le popolazioni che vi si attaccano sbandierando i colori del loro campanile.

La nuova versione di legge truffa non è stata imposta dal partito di maggioranza, ma invocata a gran voce da tutti coloro che volevano affossare il «vecchio sistema dei partiti». Non sapendo e non potendo sapere con cosa sostutuire il vecchio sistema, oggi si stupiscono che le cose marcino per loro conto, nella tendenza a soddisfare le esigenze del capitale. Questo in fondo era il loro obiettivo, dovrebbero essere soddisfatti. Non importa quale mosca cocchiera si trovi momentaneamente nel palazzo. Tutti hanno lavorato per questo risultato. E non lo si può chiamare «fascismo» solo per via dei burattini di turno. Si tratta di fascismo comunque, forma di governo moderna dell'epoca della fase suprema capitalistica.

Tutti hanno quindi lavorato per la controrivoluzione, e la dialettica c'insegna che, se c'è controrivoluzione, è perché la rivoluzione lavora.

Torino, 1° Maggio 1994 (10)

Notes:
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  1. Rapporto del PCd'I sul fascismo al IV Congresso dell'IC. Dodicesima seduta, 16 nov. 1922, in Comunismo e Fascismo, ed. Quaderni Internazionalisti, Torino novembre 1992. [back]
  2. Rapporto del PCd'I sul fascismo al V Congresso dell'IC. Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924, in Comunismo e Fascismo cit. [back]
  3. Rapporto del PCd'I sul fascismo al V Congresso dell'IC. Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924, in Comunismo e Fascismo cit. [back]
  4. Meridionalismo e moralismo, Il programma Comunista n. 20-21 del 1954; ora in La questione meridionale, ed. Quad. Int., dicembre 1992. [back]
  5. Meridionalismo e moralismo, Il programma Comunista n. 20-21 del 1954; ora in La questione meridionale, ed. Quad. Int., dicembre 1992. [back]
  6. Rapporto del PCd'I sul fascismo al V Congresso dell'IC. Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924, in Comunismo e Fascismo cit. [back]
  7. Rapporto del PCd'I sul fascismo al V Congresso dell'IC. Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924, in Comunismo e Fascismo cit. [back]
  8. Come matura il «noskismo», Il Comunista del 14 luglio 1921, ora in Comunismo e fascismo cit. [back]
  9. Tracciato d'impostazione, Prometeo n. 1, luglio 1946, ora nel testo dallo stesso titolo ed. Quad. Int. novembre 1991. [back]
  10. La Sinistra comunista si formò all'interno del vecchio Partito Socialista Italiano nel 1912. Combatté il riformismo socialista e aderì alle tesi dell'Internazionale comunista nel 1919. Fondò il Partito Comunista d'Italia nel 1921 e fu l'unica corrente ad opporsi allo stalinismo in modo coerentemente marxista. Fu estromessa dal partito nel 1926 e sopravvisse soprattutto all'estero. Molti suoi militanti scomparvero in Russia dove avevano creduto di ripararsi dal fascismo. Fondò il Partito Comunista Internazionalista dopo la guerra, oggi diviso in vari tronconi. I militanti che stampano i testi della Sinistra sotto il nome di Quaderni Internazionalisti lo fanno per salvaguardare un grande patrimonio teorico e un'esperienza di lotta contro la degenerazione staliniana e immediatista. Essi auspicano il formarsi delle condizioni favorevoli per la rinascita del vero partito di classe e lavorano in questa prospettiva. [back]

Source: «Quaderni Internazionalisti» 1994

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