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LA MEMORIA DEI BORGHESI DEMOCRATICI SMEMORATI
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La memoria dei borghesi democratici smemorati
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La memoria dei borghesi democratici smemorati
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Dopo la Francia e la Germania, anche l'Italia democratica e resistenziale ha varato il suo «Giorno della memoria». Da quest'anno, questo giorno «speciale», cade ogni 27 gennaio, come in Germania; il 27 gennaio 1945 è la data dell'arrivo delle truppe russe al campo di Auschwitz. La Francia, invece, ha il suo «giorno della memoria» il 16 luglio, giorno in cui vi fu la retata nazista del Vélodrôme d'Hiver, e fu decretato dal governo Mitterrand nel 1993.

«Giorno della memoria», ossia la giornata in cui tutti i democratici sono chiamati a ricordare un «Olocausto» in particolare, quello ebreo, lo sterminio degli ebrei da parte del nazismo nei campi di concentramento di cui Auschwitz, è stato preso a simbolo assoluto. Il sì definitivo, già dal luglio 2000, ha visto concordi tutti i partiti dell'arco parlamentare, da Rifondazione Comunista ad Alleanza nazionale. Giorno in cui i democratici sono chiamati a ricordare solo le stragi naziste, e a scordare le stragi democratiche (basti solo pensare al milione di prigionieri tedeschi morti nei campi di concentramento francesi e americani, campi tenuti in attività per un certo periodo anche dopo la «fine» della guerra)!

La borghesia italiana, alleatasi dal settembre 1943 con gli imperialismi democratici occidentali contro l'alleato germanico a fianco del quale nel 1940 era scesa in guerra, e che per cinquant'anni ha ammorbato l'aria che respiriamo con i ritornelli sull'antifascismo democratico, doveva prima o poi santificare in qualche modo questo suo anelito per la «libertà». In clima di nazionalismi esasperati - come le vicine guerre balcaniche confermano - e di campanilismi rinascenti ad ogni piè sospinto, a partire dalle aziende di proprietà di ogni singolo capitalista, è parso alla borghesia italiana il momento giusto per aggiungere al suo 25 aprile - «giorno della liberazione dal nazifascismo» - un'altra giornata antifascista, un'altra giornata dell'union sacré, che si allineasse a quanto già esistente come valore europeo e mondiale. Cosa c'era di meglio che dedicare questa giornata ad Auschwitz?

Va sottolineato un aspetto, però, riguardo questa scelta.

Da qualche anno in Italia vi sono una serie di iniziative culturali, e anche politiche, che tendono a costruire una vera e propria campagna di riconciliazione nazionale. Riconciliazione fra chi, fra che cosa?

Riconciliazione fra due passati contraddittori della stessa classe borghese dominante: il proprio passato fascista e il proprio passato democratico. La classe dominante non è cambiata, è sempre la borghesia e per la stragrande maggioranza dei suoi esponenti è transitata dal «passato fascista» alla «democrazia post-fascista» con la stessa flessibilità e duttilità con la quale in precedenza passò dalla «democrazia liberale» al «fascismo». Nel periodo in cui i vecchi schemi di contrasto ideologico fra «antifascisti» e «fascisti», tra partiti che affermavano la propria forza con dimostrazioni resistenziali e antifasciste democratiche (il Pci di Togliatti e Berlinguer, il Psi di Nenni, il Psdi di Saragat e i cattolici di sinistra) contro le forze revansciste e nostalgiche di Mussolini (il Msi di Almirante e una parte della Dc), tra schieramenti pro- Russia (considerata il bastione del comunismo dal quale farsi proteggere) e pro- America (considerata il bastione della libertà e della democrazia cui fare riferimento), nel periodo in cui - caduto il famoso «Muro di Berlino» - questi stessi schieramenti politici e quei partiti sono miseramente franati, e costretti ad un trasformismo che è sotto gli occhi di tutti, si apriva una specie di «vuoto ideologico» che andava riempito.

In una prima fase, a riempirlo cominciò a pensarci la Chiesa, con la sua iniziativa politica pur sempre mascherata sotto le parole della fede religiosa, col suo ecumenismo, col suo «fare il bene» e non solo «predicarlo» (missioni di pace, volontariato), andando così alla conquista di un'influenza politica e culturale molto più ampia, meno mediata dai partiti cattolici, di quanto ne avesse in precedenza. «Fare il bene» per la Chiesa cattolica significa diffondere, con azioni concrete, la preoccupazione per i poveri, per i malati, per gli sfortunati del mondo; significa diffondere conciliazione fra coloro che possiedono ricchezza e coloro che non possiedono niente; significa diffondere tra i popoli la speranza che il ricco possa devolvere parte della sua ricchezza ai poveri, che il violento si penta e abbandoni la violenza, che lo sfruttatore e lo schiavista si ravvedano, che il razzista si penta e cominci ad amare ogni essere di razza diversa. Beh!, certo, passare dalle parole ai fatti anche per la chiesa cattolica non è facile. Tanto per non smentire la profonda convinzione di rappresentare l'unica religione «giusta» al mondo, e di propendere per un nazionalismo che vorrebbe essere «razionale» e «moderno», nella polemica sulla quantità di immigrati da accogliere in Italia dai diversi paesi del Mediterraneo e del mondo, il cardinale di Bologna Biffi, in una sua nota pastorale del settembre scorso affermava:
«
I criteri per ammettere gli immigrati non possono essere solo economici e previdenziali. Occorre che ci si preoccupi seriamente di salvare l'identità della nazione. L'Italia non è una landa disabitata, senza storia e senza tradizioni, da popolare indiscriminatamente. (…) Non tutte le culture dei nuovi arrivati sono favorevoli alla convivenza. (…) L'Europa o tornerà cristiana o diventerà musulmana» (!!!) (1).
È allo Stato che il cardinale Biffi chiede di non far entrare in Italia immigrati di altre religioni, e in particolare di religione islamica; ma questo, naturalmente, non è razzismo, no!, questa è una innocentissima difesa «dell'identità nazionale»!; il caso vuole che questa difesa nulla abbia di contrastante con lo spirito delle leggi razziali fasciste del 1938. Ieri la Chiesa di Roma temeva l'ebraizzazione, ed è per questo che non fece nulla per contrastare le leggi razziali e soprattutto le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento nazisti; oggi teme l'islamizzazione. Come ogni monopolio che si rispetti non può che difendere fermamente, nelle diverse situazioni, il proprio mercato dalla concorrenza esterna…

Ma un cardinale, anche se rappresenta un'idea diffusa nella chiesa, non è la Chiesa cattolica, la quale invece tenta di superare questo tipo di contraddizioni, facendosi promotrice di un clima di conciliazione generale; per bocca del suo papa ha scelto il Giubileo del 2000 per chiedere perdono a tutte le popolazioni del mondo che subirono 500 anni fa, e per qualche secolo, le vessazioni, l'oppressione, l'inquisizione direttamente da parte degli uomini di chiesa, chiudendo così, senza pagare nulla, una pratica storica aperta appunto da 500 anni. Un po' come per il Congresso Usa che l'anno scorso (2), in vista delle elezioni presidenziali, si è precipitato ad accogliere all'unanimità la richiesta di un senatore con sangue indiano di erigere una stele per chiedere scusa agli Cheyenne e agli Aràpaho massacrati 136 anni fa, nel loro villaggio sulle sponde del Sand Creek, da miliziani che volevano aprire la strada alla caccia all'oro nel Colorado. Non sappiamo quando e se succederà che anche la Turchia chieda perdono a proposito di un altro Olocausto, quello degli armeni. Tra il 1915 e il 1917, in piena prima guerra mondiale, 1 milione e mezzo di armeni (su di una popolazione di neanche 3 milioni di persone) furono eliminati dal governo dei Giovani Turchi, ansioso di creare un patriottismo ottomano utile a sostenere lo sforzo di guerra in alleanza con la Germania e l'Austria. Di questo sterminio tutte le borghesie del mondo si sono presto bellamente dimenticate, e la chiesa di Roma con loro (3). Ma ogni classe borghese dominante ha nella sua storia un Sand Creek da nascondere!

Se la Chiesa cattolica si è riconciliata, in modo così tranquillo e conveniente, con tutti i popoli del mondo che hanno avuto la ventura (o meglio la sventura!) di subirne la cristianizzazione, allora anche la borghesia democratica dominante poteva alzare il suo gesto di perdono: riconciliazione nazionale, dunque! Basta urti ideologici, basta faziosità e accanimenti partitici sul passato «fascista» degli uni o «stalinista» degli altri, basta rivangare un «passato» che alla fin fine pesa su tutti quanti: perdoniamoci a vicenda, o meglio, noi antifascisti democratici (che abbiamo vinto la guerra!) perdoniamo il passato fascista, o repubblichino, di tanti democratici di oggi. Mettiamoci una pietra sopra, e non parliamone più! Tanto, salvo poche frange all'estrema destra e all'estrema sinistra che si riferiscono ancora ai simulacri di ieri - nazisti o staliniani - oggi è vincente essere, apparire, dimostrarsi democratici!

Se un capo di Alleanza Nazionale (ex Msi), Fini, va a far visita di rispetto ad Auschwitz, un esponente importante dei Democratici di Sinistra (ex Pci), Violante, spende parole di comprensione per i giovani che si arruolarono a difesa della Repubblica di Salò: questa è la riconciliazione nazionale. Ciò non significa che andranno assieme al governo, ma significa che il clima generale in cui la classe borghese svolge la sua politica è cambiato a tal punto da poter comunque permettere oggi più di ieri una intercambiabilità al governo senza particolari urti sociali. È passato il tempo in cui il congresso del Msi a Genova, città medaglia d'oro della resistenza, nel giugno del 1960 aveva costituito l'occasione per incanalare il disagio sociale contro il «revanscismo fascista», scatenando scontri di strada anche in molte altre città e la brutale repressione poliziesca. I congressi di Alleanza nazionale, ex Msi, oggi, non sono più un bersaglio del disagio sociale; questo partito oggi è una potenziale forza di governo come, d'altra parte, lo è già stato il partito dei Ds, ex Pci.

Auschwitz, per i borghesi democratici, è stato un grande alibi, e lo è ancora. Lo abbiamo sostenuto e lo sosteniamo da sempre (4). Indirizzando soltanto verso l'orrore dello sterminio degli ebrei l'emotività e l'indignazione delle masse, la classe dominante ha trovato il capro espiatorio di tutti gli orrori possibili, mascherando in realtà il fatto che quell'orrore è stato preceduto, accompagnato e seguito, da altri, insistenti, continui orrori sia nelle guerre che nelle temporanee paci. Ciò che si intende mascherare è che Auschwitz è in realtà un prodotto del capitalismo e non della mente malata di un Hitler e di qualche suo generale; quanto lo è stato, e lo è, il razzismo contro i neri nella democraticissima America o il genocidio delle popolazioni indiane indigene; quanto lo sono state le due tremende guerre imperialistiche mondiali con i loro milioni di morti, quanto il milione di prigionieri tedeschi morti nei campi di concentramento francesi e americani, quanto le atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, quanto i villaggi etiopi gasati dalle truppe di Graziani, quanto il milione di morti per fame e malattie in Iraq sottoposto ad un infinito embargo strangolatore, o la strage di Sabra e Chatila.

L'orrore di Auschwitz è in realtà l'orrore della guerra imperialista borghese, cioè l'attuazione della politica borghese con i mezzi militari a disposizione; nel contempo cattiva coscienza di tutte le democrazie del mondo che nulla fecero per evitare lo sterminio nei campi di concentramento nazisti e attuazione cinica, modernissima del «principio di economicità» caratteristico del capitalismo avanzato in tempo di guerra.

Alle giornate della «memoria» della borghesia di ogni paese del mondo, i proletari sono chiamati a partecipare allo stesso modo per cui sono chiamati a partecipare alle sue guerre di concorrenza, guerre per la spartizione borghese di territori e di risorse, guerre per la spartizione borghese del mondo. L'insulto è gigantesco: i proletari vengono prima chiamati, e costretti, a partecipare alle guerre borghesi per difendere interessi esclusivamente borghesi, perciò per antonomasia antiproletari; poi vengono chiamati a celebrare le vittorie delle proprie classi dominanti sulle altre classi dominanti concorrenti, vittorie che sono costate milioni di morti proletari; e vengono chiamati dalle classi dominanti sconfitte a riscattare «l'orgoglio nazionale», a sacrificarsi per l'ennesima volta e per generazioni allo scopo di far diventare la propria classe dominante più forte di prima in modo che possa competere e questa volta vincere contro i suoi prossimi avversari. Macellati nelle guerre borghesi, macellati nelle fatiche delle ricostruzioni postbelliche, in ogni caso sempre la stessa sorte: oppressi e dominati dalle classi borghesi che sopravvivono alla sola condizione di opprimere e dominare con sempre maggior forza le uniche classi dal cui sfruttamento salariale esse estraggono i loro giganteschi profitti: le classi proletarie e diseredate di ogni paese del mondo.

La dominazione borghese non è attuata sempre con gli stessi metodi di governo. A seconda della storia della borghesia nazionale, a seconda delle vicende storiche che hanno spinto le stesse classi borghesi alle rivoluzioni cruente contro le società precapitalistiche, o che hanno invece trascinato le classi borghesi ad arpionare il potere politico per vie non direttamente rivoluzionarie, la classe borghese dominante attua la sua politica di conservazione e di difesa del potere con attitudini che provengono dalla propria storia, mescolate con le esperienze che la borghesia di altri paesi ha accumulato nei differenti percorsi storici. Allo stesso modo col quale il modo di produzione capitalistico si è espanso su tutto il globo terrestre, condizionando inevitabilmente lo sviluppo di ogni paese, e di ogni nazione - in senso dialettico, ossia nella dinamica storica dell'inesorabile diseguaglianza di sviluppo capitalistico fra i diversi paesi - si sono trasferite le esperienze delle borghesie più forti e storicamente più salde nello sviluppo politico di tutte le altre classi borghesi storicamente ritardatarie rispetto alla propria rivoluzione economica e politica. Così, la classe dominante italiana, cresciuta e sviluppatasi nell'Europa dei grandi progenitori capitalistici come Inghilterra e Francia, ma non protagonista alla stessa stregua di una grande rivoluzione antifeudale, ha maturato una particolare attitudine alla pratica del voltagabbana, caratteristica del commerciante sempre pronto a cambiare «fornitore» se la convenienza del momento lo spinge a farlo. E, nello stesso tempo, essa ha maturato una particolare attitudine alla pratica della riconciliazione coi vecchi «fornitori» allo scopo di ricucire vecchie rotture. La storia del suo tanto osannato «risorgimento», della prima e della seconda guerra imperialista mondiale, dei suoi «ribaltoni» in termini di alleanze, è lì a dimostrarlo.

Ma di una cosa la borghesia italiana può essere fiera: nella sua politica verso il proletariato ha dato contributi storici alla dominazione borghese mondiale davvero importanti. Prima, col suo infingardo neutralismo che nel 1914-15 rese possibile all'allora Partito socialista italiano di non cadere nel voto di sostegno ai crediti di guerra (distinguendosi col suo maledetto «né aderire né sabotare» da tutti gli altri socialisti e socialdemocratici europei) e di mantenere così una presa che si dimostrò decisiva sul combattivissimo proletariato italiano paralizzandone in gran parte le iniziative classiste. Poi con l'accorta politica giolittiana che, combinata con quel misto micidiale di riformismo turatiano e di massimalismo serratiano col quale il Psi difendeva la sua influenza sul proletariato, riuscì a far guadare alla classe borghese nazionale quel fatidico «biennio rosso» 1919-1920 durante il quale non avrebbe potuto resistere alla pressione rivoluzionaria delle masse se non avesse potuto contare sulla grande diga che appunto il riformismo turatiano e il massimalismo serratiano avevano da tempo innalzato. In seguito, spaventata a morte dalla continua pressione del movimento di classe proletario e dall'influenza che il giovane e intransigente partito comunista d'Italia stava conquistando sulla parte più avanzata del proletariato italiano, si mise nelle mani di un movimento politico - il fascismo, appunto - che per scopo principale aveva quello di dare il colpo di grazia al movimento di classe proletario approfittando del disorientamento e della disorganizzazione che la gran parte del proletariato italiano all'epoca stava subendo a causa della pratica riformista pluridecennale: questa, col suo «Né aderire né sabotare», con la sua concezione parlamentarista della «rivoluzione proletaria», con il suo gradualismo municipalista, aveva offerto alla classe dominante - perciò allo Stato borghese innanzitutto - e alle milizie del nascente fascismo dallo stesso Stato protette, un proletariato già deviato e piegato, «pronto» per la «lotta parlamentare e democratica» ma del tutto disarmato per la lotta di classe violenta, per la guerra civile che invece lo Stato borghese e le milizie fasciste avevano scatenato fin dal 1921.

Da allora, il fascismo italiano, nel breve arco di un quinquennio, divenne la risposta più efficace - sia dal punto di vista politico che poi dal punto di vista economico e sociale - non solo al disordine inevitabile del dopoguerra, ma soprattutto alla potenziale rivoluzione proletaria. Laddove il proletariato europeo aveva dimostrato praticamente e particolarmente di avere la forza, la combattività e la volontà di portare la sua lotta fino alle estreme conseguenze, con le sue lotte e con la formazione di partiti comunisti rivoluzionari in grado di guidarlo alla conquista del potere politico per mezzo della rivoluzione proletaria (trasformazione della guerra imperialista borghese in guerra civile di classe), dunque in Italia e successivamente in Germania, la borghesia trovò la risposta politica necessaria alla sua difesa: il fascismo, la dittatura borghese aperta e dichiarata, la massima centralizzazione del potere politico ed economico, il massimo di potenza antiproletaria concentrata. Perché le grandi nazioni democratiche non intervennero subito per «ristabilire la democrazia» uccisa dal fascismo? Perché il fascismo italiano, e tanto più il nazismo tedesco, stavano svolgendo un compito di primissimo piano per la conservazione sociale borghese mondiale: davano il colpo di grazia alla rivoluzione proletaria in Europa, distruggevano le organizzazioni proletarie rivoluzionarie, i partiti e i sindacati di classe. Sconfiggendo i proletariati più combattivi dell'Europa occidentale, quello italiano e quello tedesco, il fascismo minacciava tutto il proletariato mondiale: non alzate la testa perché ve la tagliamo. Nello stesso tempo, esso contribuiva ad isolare sempre più il proletariato russo e la sua rivoluzione socialista nei confini di un paese colpito da carestia, da primitivismo economico, da compiti storici immani.

Il «principio di economicità» e l'interesse primario di sopravvivenza di classe hanno ispirato la borghesia mondiale anche in quella situazione: se le borghesie tedesca e italiana, a loro spese (sia dal punto di vista economico che politico), riescono a sconfiggere il pericolo dell'esplosione rivoluzionaria proletaria nell'occidente europeo schiacciando i propri proletariati, che motivo c'è di intervenire per «ristabilire la democrazia» quando la «democrazia» in quei paesi non aveva saputo svolgereefficacemente questo stesso compito? Semmai, in seguito, il problema della «democrazia» si riproporrà quando, per pure ragioni di concorrenza interimperialistica, le grandi potenze democratiche dovranno far leva sul proprio proletariato per mobilitarlo alla guerra; ed è appunto quel che è successo.

Certo, è sbagliato pensare che le borghesie dei diversi paesi concorrenti sul mercato arrivino a farsi la guerra solo per sconfiggere il pericolo di rivoluzione proletaria all'interno dei propri paesi. La guerra è la politica attuata con altri mezzi, e precisamente coi mezzi militari. La politica imperialista non può che sfociare nella guerra imperialista. Ma, allo stesso modo per cui il proletariato in tempo di pace è costantemente mobilitato a sacrificarsi per il bene dell'economia nazionale e dell'identità nazionale, così in tempo di guerra è mobilitato a sacrificarsi esattamente per gli stessi motivi, solo che questa mobilitazione si realizza con mezzi diversi, non solo propagandistici od economici, ma soprattutto con mezzi militari, di coercizione e di massima concentrazione del potere borghese.

Alla mobilitazione politica ed economica del proletariato in funzione dell'economia nazionale e della patria borghese, in pace come in guerra, vi possono essere diverse risposte, ma una sola è quella di classe, proletaria e rivoluzionaria: il disfattismo. Disfattismo proletario significa affermare l'inconciliabilità di interessi fra proletariato e borghesia, significa accettare la realtà profonda della società borghese che si basa sugli antagonismi economici fra classe proletaria e classi borghesi, significa accettare apertamente la lotta di classe e organizzarla sul fronte proletario, significa affermare e organizzare la propria indipendenza di classe sia sul piano organizzativo che degli obiettivi e dei metodi e mezzi di lotta. Significa, di conseguenza, rifiutare di rendersi partecipi, e complici, delle campagne borghesi in difesa dei loro simboli, dei loro principi, delle loro idealità.

La «giornata della memoria» che le borghesie democratiche hanno voluto ha lo scopo, per l'ennesima volta, di ribadire al proletariato che i suoi obiettivi, i suoi fini, i suoi scopi, i suoi metodi, i suoi mezzi, le sue idealità, le sue pratiche, sono esattamente quelli che la borghesia decide anche per lui: sono soltanto quelli borghesi. Auschwitz, alla pari dei mille e mille campi di concentramento che ogni borghesia in guerra organizza e gestisce, quelli tedeschi come quelli inglesi, quelli russi come quelli giapponesi, quelli francesi come quelli italiani o americani, è stata una delle grandi tragedie che la guerra borghese ha portato inevitabilmente con sé. Se le potenti borghesie democratiche europee hanno deciso a più di cinquant'anni di distanza di rimettere in evidenza quella particolare tragedia, facendone il perno di una campagna in difesa della democrazia «contro tutti i totalitarismi», è perché la mobilitazione del proletariato in difesa della conservazione borghese e capitalistica ha bisogno anche di slanci ideali, come ha ripetutamente insegnato la Chiesa di Roma nell'ultimo ventennio.

Ma Auschwitz non è estraneo alla borghesia come classe dominante, e non è estraneo alle borghesie democratiche: fa parte della storia della dominazione borghese, fa parte dei mezzi che il dominio borghese sulla società usa per piegare i propri nemici interni ed esterni, fa parte della vita stessa del capitalismo che, più si sviluppa, e più sviluppa l'industria della morte e dello sterminio. Centinaia di Sand Creek, di gulag staliniani, di Auschwitz, di Katyn, di Sabra e Chatila, tempestano la storia dell'espansione capitalistica nel mondo e del dominio borghese in tutti i continenti.

Il proletariato aveva altri giorni della sua memoria di classe, come il 1° maggio, l' 8 di marzo, il 18 di marzo della Comune di Parigi, il 7 novembre della rivoluzione proletaria e socialista in Russia. Ma la borghesia non poteva sopportare che il proletariato avesse giorni in cui ricordare le sue lotte, le sue vittorie ma anche le sue sconfitte, per trarne lezioni in funzione delle lotte future; glieli ha rapinati, trasformandoli in giornate banali, di «festa», commerciali, di parate o semplicemente li ha seppelliti in un calendario che tiene conto soltanto delle esigenze commerciali o di ribadito patriottismo. La borghesia deve ammazzare gli ideali del proletariato perché li deve sostituire con i propri. Perciò il primo maggio è diventato la giornata dei grandi concerti musicali, l'otto di marzo è diventato la giornata in cui i maschi offrono mimose alle donne, punto.

Dall'abisso in cui è precipitato il proletariato non sarà certo facile risalire. Ed è falso, deviante e profondamente antiproletario diffondere, come fa Rifondazione comunista, l'idea che la «giornata della memoria» dedicata ad Auschwitz serva come monito non solo per il presente ma anche per le generazioni future:
«
Ben venga dunque la Giornata della memoria - si può leggere nel suo giornale - non solo, ovviamente, per ricordare lo sterminio nazista di sei milioni di ebrei e con essi, di altri cinque milioni di 'altri', zingari, prigionieri di guerra russi, polacchi, omosessuali, antifascisti, comunisti, 'asociali', ma anche per offrire sempre nuove e molteplici occasioni di ricerca del 'come è potuto avvenire'. Più e meglio capiamo, più forniamo a noi e alle generazioni future gli strumenti perché 'non avvenga più'» (5).

Gli «strumenti» di cui ha bisogno il proletariato di oggi, e le generazioni proletarie di domani, non sono quelli della propaganda borghese, ma sono gli strumenti della lotta di classe intesa come lotta a difesa esclusiva degli interessi di classe proletari, indipendente dalle organizzazioni collaborazioniste e dalla politica riformista e quindi borghese. Gli strumenti della lotta di classe non sono neutri, non possono essere utilizzati indifferentemente dalle diverse classi, non svolgono una funzione genericamente democratica, non rispondono al concetto secondo il quale per il dato fine può andar bene qualsiasi mezzo, anche quello normalmente utilizzato dalle classi avverse. La borghesia ha fatto, fa e farà di tutto perché la classe proletaria non si organizzi in modo indipendente, e antagonista, e riproporrà continuamente sotto mille spoglie l'antico ritornello dell'interesse generale del popolo, dell'interesse supremo della nazione, di fronte ai quali interessi dovrebbero cadere tutti gli interessi «particolari». È la «via democratica» per la gestione del potere borghese, con la quale nel popolo si annegano tutte le classi della società e soprattutto il proletariato, l'unica vera classe che dal capitalismo e dalla società borghese che si fonda su di esso ha tutto da perdere e nulla da guadagnare.

La falsificazione della realtà è un'arte di tutte le classi dominanti, ed è un'arte soprattutto della borghesia che la usa sistematicamente per due ragioni fondamentali: per sopraffare sul mercato i propri concorrenti, per dominare la società e sfruttare le classi lavoratrici e salariate. La verità di Auschwitz i borghesi non ce la diranno mai, come non ci sveleranno mai la verità dei rapporti economici e sociali della propria società, la verità della dittatura capitalistica e borghese ammantata da vesti e gesti della democrazia, la verità dell'eterna spirale iperfolle della produzione capitalistica che spinge ciclicamente la società verso la tragedia delle grandi distruzioni, industrializzate e sempre più moderne, di merci e di uomini che sono le guerre borghesi.

La verità dei rapporti economici e sociali del capitalismo non può che corrispondere alla realtà non mistificata dagli interessi di dominazione sociale delle classi dominanti. E la realtà che la storia delle lotte fra le classi ha svelato è indigesta per qualsiasi perbenista democratico: la realtà violenta, brutale, orrenda del dominio capitalistico sull'intera società umana non si combatte e non si vince con gli strumenti materiali e ideali della democrazia borghese, ma con gli strumenti della lotta intransigente di classe che il proletariato ingaggia a viso aperto contro tutte le altre classi sociali, lotta che non ha per fine la conciliazione fra le classi, e tanto meno la «riconciliazione nazionale» fra borghesi di destra e borghesi di sinistra, ma la riorganizzazione delle forze proletarie sul terreno della difesa dei propri interessi immediati e sul terreno della lotta politica per eccellenza: la conquista del potere politico attraverso la rivoluzione che altro non è che l'aperta guerra civile fra proletariato e borghesia. La democrazia liberale di ieri, la democrazia post-fascista, o fascistizzata, di oggi, non hanno prodotto alcun cambiamento sostanziale nei rapporti economici e sociali fra le classi; anzi, li hanno ribaditi con forza sempre più drammatica, attraverso non solo due guerre mondiali ma anche attraverso il perdurare di guerre locali e regionali costantemente alimentate dalle stesse ragioni economiche, politiche e militari che fanno da base alle guerre imperialiste mondiali: il dominio di alcuni Stati su altri Stati, di determinate nazioni più ricche sulle altre nazioni più povere, la conquista o la spartizione di territori economici più o meno vasti, perché ogni borghesia nazionale è spinta inesorabilmente a concorrere con tutte le altre borghesie nazionali per difendere ed allargare i propri specifici e privati interessi economici e finanziari. Se c'è una possibilità nella storia che questa tremenda spirale capitalistica finisca sta solo nella rivoluzione proletaria, l'unica che effettivamente ha la possibilità di rompere verticalmente il ciclo continuo di produzione e riproduzione capitalistica, l'unica che riesce a colpire a morte la causa originaria degli orrori delle guerre: il capitalismo.

Il proletariato moderno è chiamato dalla storia, dal futuro della società umana, a ricollegarsi col filo rosso che lo lega alle sue origini politiche e pratiche rivoluzionarie e a riprendere in mano con determinazione e forza le proprie sorti. È l'unica classe della preistoria umana che non è portatrice di altra società divisa in classi, ma portatrice della società senza classi, della società di specie. Il salto storico non è possibile senza l'abbattimento del potere borghese e la distruzione del modo di produzione capitalistico; per l'ennesima volta è la stessa storia delle lotte di classe a dimostrarlo. Non è una strada «nuova», non è una via tutta da inventare, non si tratta di finalità da creare ex novo per cui mobilitare ideologi, filosofi e tuttologi di ogni risma; è la vecchia e testarda via rivoluzionaria dettata fin dal Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels nel 1848. Gli «strumenti» per le nuove generazioni proletarie sono già stati forgiati, sono i «vecchi» strumenti del marxismo rivoluzionario, non corrotto dalla democrazia e dall'antifascismo resistenziale.

Notes:
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  1. vedi «La Repubblica» del 14.9.2000. [back]
  2. vedi «La Repubblica» del 25.10.2000. [back]
  3. Cfr. J. Rhètorè, «Una finestra sul massacro», Ed. Guerini e Associati, 2000, citato da «Sette», dell'8.7.2000. [back]
  4. Cfr. il nostro «Auschwitz o il grandi alibi della democrazia», in opuscolo, edizioni «il comunista», Aprile 1999. [back]
  5. Vedi «Liberazione» del 27 gennaio 2001. [back]

Source: «Il Comunista», n° 75, Aprile 2001

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