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STORIA DELLA SINISTRA COMUNISTA 1912-1919
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| Introduzione | Premessa + 1-5 | 6-10 | 11-15 | 16-20 | 21-24 | 25-29 |


Content:

La linea storica della Sinistra Comunista dalle origini fino al 1919 in Italia
16. La prima guerra mondiale
17. Dibattiti socialisti nel tempo di guerra
18. Maggio 1915: il convegno di Bologna
19. Il convegno di Roma, febbraio 1917, e altre manifestazioni della sinistra
20. Caporetto e la riunione di Firenze
Notes
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La linea storica della Sinistra Comunista dalle origini fino al 1919 in Italia

16. La prima guerra mondiale
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Se in Italia la vivace lotta contro la guerra libica del 1911 aveva costituito un'ottima prova per le forze proletarie, che già avevano una tradizione di battaglia contro le imprese etiopiche della fine del XIX secolo e le gesta del colonialismo, in tutto il quadro mondiale il primo decennio del nuovo secolo si preparava per varie manifestazioni a chiudere il periodo idillico degli ultimi decenni del precedente. Vi erano stati i contrasti per la espansione nel Mediterraneo occidentale, sistemati per il momento alla conferenza di Algesiras, e non pochi periodi di tensione fra Gran Bretagna e Russia in contrasto nel Medio-Oriente e in Asia, a parte la sanguinosa guerra russo-giapponese del 1905 che provocò la prima rivoluzione russa. L'attacco dell'Italia alla Turchia causò la rottura di quell'equilibrio balcanico faticosamente tessuto al Congresso di Berlino dopo la guerra turco-russa del 1878, e vi furono le due guerre balcaniche del 1912: la lega degli Stati soggetti contro la Turchia feudale, che fu vinta, e poi la nuova guerra tra i vincitori per togliere alla Bulgaria la parte del leone.

I fremiti di tutti questi conflitti tenevano in movimento sempre più critico la politica estera delle famose «Grandi Potenze» divise tra due alleanze: la Duplice, franco-russa, e la Triplice fra Germania, Austria e Italia.

Molto complessi erano i contrasti di interessi fra le varie potenze anche tra loro alleate, la cui base era nella conquista dei mercati e nella difficile partizione delle sfere di influenza coloniale, in cui all'avanguardia erano Gran Bretagna e Francia. L'Inghilterra aveva sempre ostentato di stare fuori dalle alleanze fra gli Stati del continente, nella famosa «splendid isolation», ma da vari anni, chiusa l'eco di più antiche contese, africane in ispecie, si era legata alla Francia nella «Entente cordiale». All'inizio del secolo l'Italia, sebbene legata dal trattato della Triplice agli Imperi Centrali, aveva mostrato per l'Intesa una strana simpatia, e questa brillante politica estera prediletta dai partiti popolaristi e massonici veniva presentata ai lettori ingenui (ma valgono forse meglio gli odierni?) della grande stampa come «giri di valzer», leciti anche alle dame che non si spingono ancora fino a cornificare il marito.

L'incubo di una guerra, che si capiva non avrebbe potuto che essere generale, era palese, e lo fu anche ai socialisti dei vari Paesi. Il congresso di Basilea del 1912 (novembre) lanciò il memorabile Manifesto contro la guerra prendendo a motivo il divampare di quelle balcaniche, che tenevano in specie Austria e Russia sempre sul piede di guerra. I principi stabiliti a Stoccarda non avevano nemmeno bisogno di esprimere «il divieto che i socialisti appoggiassero la guerra nazionale», ma invitavano la classe operaia e le sezioni dell'Internazionale a compiere ogni sforzo per impedire lo scoppio del conflitto, e, nel caso che esso fosse scoppiato, ad agire per farlo cessare, «approfittando della crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e precipitare la caduta della dominazione capitalistica». La nozione della presa del potere politico è qui chiarissima, anche se la formulazione dottrinale potrebbe essere migliore. Non si può abbattere il sistema sociale capitalistico senza rovesciare la dominazione politica della borghesia; e questo è vero in tempo di pace. Il tempo di guerra non solo non fa eccezione ma presenta anche le condizioni migliori per tentar di raggiungere tale risultato rivoluzionario.

Gli stessi concetti erano stati ribaditi non solo nel già ricordato congresso 1912, ma anche in quello di Copenaghen 1910. Lenin nel 1915 sottolineò che il manifesto di Basilea aveva indicato due esempi storici espliciti: la Comune di Parigi del 1871 e la rivoluzione russa del 1905, nei quali, approfittando dei rovesci dello stato nazionale nella guerra, il proletariato aveva fatto ricorso alla guerra civile insorgendo armato, e nel primo caso conquistando il potere (nozione storica del disfattismo proletario). Nelle mozioni dei congressi mondiali della Seconda Internazionale non era mai potuta prevalere la formula insidiosa della destra - negli scritti di Lenin per sempre condannata come revisionista e opportunista - che l'azione dei partiti socialisti nei paesi in guerra dovesse essere limitata dalla insulsa condizione della simultaneità dai due lati del fronte bellico.

Se ritorniamo per un momento al partito socialista italiano, dovremo ripetere la constatazione negativa che, malgrado la lunga lotta della corrente rivoluzionaria per prevalere contro la destra, non si era mai giunti a una formulazione completa della tattica del partito in caso di guerra, e soprattutto in caso di guerra europea generale. In materia di antimilitarismo, tali questioni erano state negli anni precedenti agitate sempre da anarchici e sindacalisti soreliani con indirizzi di falso estremismo, quali il rifiuto personale di obbedienza, l'obiezione di coscienza e simili, e nemmeno perfetto era stato il lavoro del movimento giovanile socialista, che pure aveva per primo saputo tenersi distinto dai libertari e combattere il riformismo quando ancora nel partito dominava.

Il dramma dell'Europa fu segnato da pochi colpi di rivoltella che sparò a Serajevo, capitale della Bosnia, provincia slava sotto dominio austro-ungarico, il giovane Prinzip il 28 giugno del 1914, uccidendo l'arciduca Francesco Ferdinando, principe ereditario dell'Impero.

Il governo austriaco attribuì l'atto a cospirazione serba favorita dal governo di Belgrado e dalla dinastia antiaustriaca dei Karageorgevic e dopo agitate settimane di vigilia notificò il 23 luglio un ultimatum alla Serbia che imponeva durissime condizioni. Alcune di esse furono rifiutate nella risposta, e la situazione, malgrado tentativi di arbitrato, divenne gravissima. Chi ruppe gli indugi fu lo zar Nicola di Russia che, in sostegno alla Serbia minacciata di invasione, ordinò la mobilitazione generale il 30 luglio; il 31 ne seguì l'esempio il Kaiser, che il 1 agosto dichiarò guerra alla Russia; l'1 agosto mobilitò l'Austria-Ungheria, e le avanguardie delle sue armate valicarono il Danubio. Ovunque le truppe obbedivano, i riservisti si presentavano, partivano e combattevano. Un senso di gelo incombeva sull'Europa. Il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Francia e intimò al Belgio di lasciar passare le sue forze armate. Il Belgio mobilitò per difendersi. Il 4 agosto è il giorno che rimane nella storia: dichiarò guerra la Gran Bretagna col motivo che era stato violato il trattato che garantiva la neutralità del «piccolo Belgio». Nei suoi passi ipocriti per la pace fino a poche ore prima, Londra aveva dichiarato in pubblico e nel segreto diplomatico che non si sarebbe mossa: se avesse apertamente annunziato di muoversi forse gli altri avrebbero indugiato a fare i primi passi irrevocabili. La lezione della storia è per noi che, perché la guerra scoppi, non occorrono i «provocatori». Ma se si volesse individuarli non si dovrebbe cercare che tra i «pacifisti». Oggi le cose non vanno diversamente da allora, né la cosa cambiò nella tarda estate dell'altro anno maledetto, il 1939.

Tanto nell'una quanto nell'altra estate noialtri osservatori italiani non fummo folgorati ad horas dai telegrammi della mobilitazione, ma invitati a una finestra da cui si osservava l'incendio. Quale ventura! E quale insegnamento è potuto uscirne!

Il 4 agosto fu memorabile anche perché i socialisti toccarono il vertice della vergogna. A Vienna a Berlino a Parigi a Londra, ossia da ambo i lati della folgorante lacerazione a cui gli stessi borghesi ancora non credevano, le unanimità dei partiti socialisti non solo nulla trovarono da dire al proletariato e ai loro aderenti dalla vantata tanto, prima e dopo, tribuna elargita dalla democrazia, ma dissero che gli ordini di guerra dei governi erano giusti, non trovarono una parola di opposizione, e votarono l'approvazione della politica di guerra e i crediti militari. I poteri degli Stati capitalistici ebbero le mani più libere che non avrebbero avuto gli antichi poteri storici assolutistici e non costituzionali, in cui il monarca aveva diritto di dichiarare guerra senza il consenso né il voto di nessuno.

I socialisti parlamentari fecero ancora di più: entrarono nei governi che prendevano il nome ignobile di unione sacra, come il Vandervelde, segretario belga dell'Internazionale, e i francesi, indifferenti all'assassinio del pur destro Jaurès, ucciso il 31 luglio dal nazionalista Villain; il solo che fece in tempo a morire degnamente.

Vi furono poche ma gloriose eccezioni. Tra i vari gruppi alla Duma, quello di sinistra del partito socialdemocratico (i bolscevichi) prese fiera attitudine di opposizione e si dette all'agitazione nel paese: fu tutto mandato in Siberia. Solo una parte peggiore dei destri (menscevichi) e dei social-rivoluzionari e populisti votò i crediti di guerra, gruppi intermedi non si macchiarono di tanto ma tennero una politica ambigua.

In Inghilterra, ove anche i partiti erano diversi, il grosso partito laburista appoggiò in pieno la guerra; meglio si comportò il Partito Socialista Britannico, e coraggiosamente contrario fu il Partito Indipendente del Lavoro (Mac Donald). Vero esempio di internazionalismo conseguente dettero i serbi. In quale paese poteva di più giocare il motivo della difesa nazionale? L'unico compagno deputato, Laptchevitch, il 1° agosto rifiutò il voto ai crediti. All'opposizione si tenne il partito socialista bulgaro.

Nell'accennata tutta speciale situazione dell'Italia, si può dire che tutti i partiti e i gruppi parlamentari si opposero all'intervento in guerra, che in un primo momento era diplomaticamente preteso dagli alleati della Triplice. Il 2 agosto il governo Salandra annunziò che, non ravvisandosi il casus foederis (estremo previsto nel trattato d'alleanza), l'Italia sarebbe rimasta neutrale, e non vi fu alcuna opposizione da parte dei cattolici e dei giolittiani, ma solo da parte del giovane movimento nazionalista, che nei primissimi tempi fu favorevole all'intervento a fianco degli Imperi Centrali e poco dopo richiese a gran voce la guerra contro di essi: il che, sia detto per inciso, dimostra come per il grande capitalismo industriale italiano, che notoriamente finanziava la stampa dai nazionalisti, l'importante era fare la guerra a tutti i costi, non conta da che parte.

A noi interessa dire quello che avvenne nel partito socialista. È del tutto chiaro che al primo delinearsi del pericolo in Europa, che significava in via formale rischio di una guerra a fianco degli Imperi Centrali, sinistri e destri si levarono come un sol uomo contro la guerra, e ciò fin dai giorni della fine di luglio. Per i rivoluzionari, l'opposizione ad ogni guerra era fuori discussione, ma la guerra in Italia sarebbe stata odiosa in modo tanto particolare, che fu risolto in modo radicale anche dai riformisti e «socialisti moderati» il problema che subito si poneva: Come impedire la guerra, se il governo per fedeltà agli impegni la dichiara e ordina la mobilitazione perché, nel caso, si attacchi la Francia sulle Alpi? I destri scelsero la soluzione rivoluzionaria: si sarebbe data la parola dell'insurrezione armata! Turati, teorizzatore mille volte della non cruenta azione proletaria, dichiarò che, sebbene non giovane, avrebbe per primo imbracciato un fucile scendendo in piazza per invitare cittadini e soldati mobilitati all'insurrezione e all'insubordinazione. Presto si vide che di tanto, malgrado la portata e anche l'incontestabile sincerità della sua posizione, non vi sarebbe stato bisogno.

I destri di allora, come del resto quelli di oggi, hanno per divisa: ad ogni situazione concreta una risposta concreta; mai il partito deve porsi il problema inutilmente astratto: Se altra fosse la situazione, quale sarebbe l'altra e diversa risposta? Simili velleità pongono i grandi capi politici in grave disagio; perché disturbarsi ad immaginare che tutte le forze in gioco si spostino sulla scacchiera, cambiando gli amici di un giorno in nemici? Questo muta e guasta tutto, e viene respinto con disdegno: dottrinarismo!

Allora sembrava una domanda a vuoto questa: Se sappiamo che fare nel caso di una guerra contro la Francia, ossia sparare sugli ufficiali italiani, si può sapere che fare nel caso di una guerra contro l'Austria? Quelli che pensano, come noi, che i due casi si equivalgono possono avere il diritto di dare una risposta sola, ma proprio quei signori che vedono tra i due casi enormi differenze pratiche hanno il dovere di aver pronte due risposte, se non vogliono truffare il proprio partito e la propria classe.

Questo non è che un esempio, ed è del passato, ma del tutto concreto; e la questione eterna della tattica sta sempre in questi termini, e sempre vi starà in futuro. Conviene dunque che se ne faccia un bilancio.

Tra l'agosto 1914 e il maggio 1915 tutto infatti ebbe a cambiare nel senso diametralmente opposto, e fu messa in discussione l'altra guerra, la guerra alla rovescia, la guerra a favore dell'Intesa.

Quindi chi primo pose il problema tattico non fece sfoggio di dottrinarismo, ma mostrò solo una migliore visione storica dei fatti pratici.

Se poi vedere i fatti non solo mentre accadono e dopo che sono accaduti, ma anche prima, vi garba chiamarlo dottrinarismo, fate. Tale parola ci piace e ci rallegra.

Dal 26 luglio Mussolini leva dalle colonne dell'«Avanti!» il grido di: Abbasso la guerra! e scrive in tutte lettere: Mobilitate, noi ricorriamo alla forza! Il 29 luglio la Direzione del partito lancia un Manifesto ai lavoratori dopo un voto del 27 in unione al gruppo parlamentare: si fa cenno al recente sciopero generale e si invita il proletariato a prepararsi a nuove prove di forza.

Ma, se avesse dovuto giocare il trattato della Triplice, non solo i Mussolini e i Turati avrebbero guidato i ribelli, bensì anche altri capi politici, e tra questi i primi a rivelare tutti i loro intenti furono quelli del partito riformista, uscito dalla scissione del 1912; una corrispondenza di Bissolati con Bonomi del 2 agosto rivela che essi avevano chiesta la neutralità ma miravano alla guerra, si intende contro l'Austria.

Altri gruppi e partiti di cui diremo andavano portandosi su tale terreno, e tra essi non solo repubblicani, radicali, massoni, molti transfughi anche del sindacalismo rivoluzionario e dell'anarchismo, ma perfino in bella combutta con questa genia gli esaltati nazionalisti, anticipatori del posteriore fascismo. Fu evidente che la fermezza del partito socialista nella lotta contro la guerra poteva esser compromessa se tali errori non si chiarivano e se non si discutevano apertamente le due possibili prospettive, tanto più che quella filoaustriaca nei primi giorni di agosto era ormai scesa sotto l'orizzonte.

Vogliamo riportarci a un articolo della tendenza di estrema sinistra del partito, apparso col titolo «Al nostro posto» nell'«Avanti!» del 16 agosto (6) e scritto dieci giorni dopo lo scoppio della conflagrazione generale, che interessa anche per il «cappello» che vi premise il direttore Mussolini, del quale chiaramente si antivede la crisi futura.

Il giornale infatti si dichiara d'accordo sul contenuto dell'articolo, ma premette una distinzione abbastanza fragile tra socialismo logico e socialismo storico. Il rivoluzionario dovrebbe essere storico anche se non è logico. Il senso di questa palinodia è che è logico dire che anche per l'altra guerra la posizione socialista non dovrà mutare, ma che di fatto l'altra guerra è... un'altra cosa, che la Francia non è la Germania e la difesa non è l'aggressione.

L'articolo era scritto, s'intende, proprio per sostenere il criterio opposto a quello del cappello.

Alcune citazioni basteranno a chiarire l'impostazione delle tesi della Sinistra, in quanto non erano quelle di tutto il partito italiano (benché non naufragato nella rovina degli altri partiti europei) ma solo di una sua ala più chiara e più decisa (7).

Il «sentimento di viva simpatia per la Triplice Intesa» che molti compagni vanno tradendo «non risponde nel campo ideale al principio socialista, e serve nel campo pratico solo a fare il gioco del giorno e della borghesia italiana che freme di intervenire nel conflitto».
Dunque, la questione di principio e quella storica erano poste entrambe; ed entrambe correttamente.

È negata la giustificazione delle guerre di difesa con l'esempio della Germania, che, nelle infauste dichiarazioni del deputato socialista Haase, era costretta a difendersi dal pericolo russo. Tutte le patrie sono in realtà in stato di difesa, l'aggressione è un fatto, la offensiva un altro. La violenza bellica (vedi Francia-Germania 1870) fa presto a trasformare un aggressore in un invaso che si difende. È fin da quei giorni lontani negata la teoria della «responsabilità» con le parole:
«
in realtà la borghesia di tutti i paesi è ugualmente responsabile dello scoppio del conflitto, o meglio ancora ne è responsabile il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica ha ingenerato il sistema dei grandi armamenti e della pace armata».

È poi svolta la teoria del militarismo borghese contrapposto a quello feudale; è la democrazia elettiva il terreno di coltura del primo. È ricordato contro note tesi polemiche che la Francia aveva sempre studiato di fare con la Svizzera quello che la Germania fece col Belgio, e a proposito di tutto l'informe bagaglio retorico della civiltà contro la barbarie, la presenza della Russia zarista feroce e sanguinaria tra i paladini della libertà...

Si tratta di sensibilità dottrinaria o di un pratico grido di allarme?

«La tendenza [alla guerra all'Austria] cova nell'ombra. Scoppierà nelle piazze se il governo vorrà fare la guerra contro i tedeschi, e forse assisteremo alle scene del settembre 1911 [Tripoli], specie se ci lasceremo disorientare da sentimentalismi francofili... Il governo potrebbe sentirsi le mani libere, inventare una provocazione tedesca, sventolare lo straccetto del pericolo della patria e trascinarci alla guerra sulla frontiera orientale.
Domani, sotto il peso dello stato d'assedio, noi vedremo spargere pel mondo l'altra menzogna ufficiale che anche in Italia non ci sono più partiti, nella unanimità guerrafondaia.
Al nostro posto dunque, per il socialismo!
».

17. Dibattiti socialisti nel tempo di guerra
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Non è ovviamente possibile trattare qui della lotta tra i due schieramenti di partiti in Italia che si definirono, come sempre avviene, con etichette di moda: «neutralisti» e «interventisti». Ben presto sparì dalla circolazione ogni interventismo triplicista e rimase in ballo quello massonico, a cui i nazionalisti subito si adeguarono, passando anzi in testa. Ma il pubblico grosso vedeva nei fautori della neutralità detta assoluta un preteso blocco di socialisti (allora: ufficiali), cattolici e liberali giolittiani, tutti contrari alla guerra contro gli Imperi Centrali.

Qual'era l'esatta posizione dei rivoluzionari, come la ribadivano vari settimanali di sinistra delle federazioni (tra cui «Il Socialista» di Napoli)?

Il soggetto della proposta neutralità o del proposto intervento bellico era l'Italia, lo Stato italiano. Per i bolsi democratici, pari a quelli che oggi frodando la delega del proletariato e riempiono gli scanni della Camera italiana, ogni azione e posizione politica si riduce a un'indicazione di quello che debba fare lo Stato, quasi che noi ne fossimo parte. Ma il partito di classe è la controparte, il nemico dello Stato borghese, che solo con la sua pressione e in estremi casi storici con le armi può piegare, ed anzi può distruggere. Noi dunque allora, socialisti italiani antiborghesi antibellici ed antistatali, non eravamo neutralisti dello Stato, ma interventisti della lotta di classe e domani della guerra civile, che sola avrebbe potuto impedire la guerra. Erano loro, i guerrafondai, gli interventisti, i patrioti, gli sciovinisti, a meritare il nome giusto di neutralisti della lotta di classe, di disarmatori dell'opposizione rivoluzionaria.

Dicevamo dunque allora che non avremmo tollerato un blocco politico, come lo si caldeggiava, d'accordo con Giolitti e i cattolici, solo perché andando al potere questi non avrebbero fatta la guerra. Se il nostro gruppo parlamentare avesse dato un tale appoggio lo avremmo sconfessato per gli stessi motivi per cui deploravamo francesi, tedeschi, ecc. Coloro non avrebbero opposto la guerra altro che con mezzi legali (come quello in articulo mortis dei trecento biglietti da visita al portone di Giolitti nel maggio radioso che venne nel 1915), giammai con l'azione delle masse.

Ma il problema importante era quello entro il nostro partito. Ben pochi giungevano ad ammettere il disfattismo, quale Lenin lo teorizzò e non solo per la Russia assolutista, bensì per ogni Stato imperialista borghese. Meno che mai la destra turatiana, che aveva a sua volta minacciato l'azione di sabotaggio della mobilitazione ove il reuccio avesse dato l'ordine di partire (mentre sfidò l'ira di Guglielmone, che gli avrebbe telegrafato: Vinto o vincitore, mi ricorderò dì te).

Nel centro si ondeggiava alle ventate del tempo difficile e si andava elaborando quella tattica castrata di Costantino Lazzari, uomo dai tanti meriti e dai tantissimi errori, che venne sintetizzata nella frase: «né aderire né sabotare». Forse sarebbe meglio la divisa sicura dei carognoni di oggi 1963: «in caso di guerra o aderire o sabotare». La brutta formula di Lazzari significava che dopo avere scongiurato la borghesia in tutti i modi di non far la guerra, partite le prime colonne si doveva dire: Bene, abbiamo fatto il nostro dovere, ora non possiamo tagliare i garretti all'esercito nazionale perché faremmo il gioco (torna sempre buono questo famoso fare il gioco) delle armate nemiche pronte a invadere e devastare - diamoci dunque ad un'opera di Crocerossa civile, di incerottamento delle ferite.

La consegna della sinistra era questa: All'ordine di mobilitazione rispondere con lo sciopero generale nazionale.

Nessun congresso o riunione poté discutere queste gravi alternative. Il partito nel complesso difese in tutti i modi e in tutte le occasioni la sua consegna di opposizione alla guerra, ad ogni guerra. Quando vennero in Italia socialisti filobellici degli Imperi Centrali e della Intesa, furono debitamente redarguiti e invitati a tornarsene indietro con le loro proposte corruttrici (Sudekum tedesco, Lorand e Destrée belgo-francesi).

La più grave minaccia di crisi la portò Mussolini, che invano gli elementi di sinistra tentavano di trattenere da errori fatali. Esiste una sua lettera autografa (oh, non si vende!) che dice:
«
Dovreste essere voi al mio posto... Tutti i foruncoli sentimentali vengono a suppurazione? Ricevo ogni giorno lettere che mi dicono: lascerete sgozzare la Francia?»

E aggiungeva che non avrebbe piegato.
«
Per me una guerra all'Austria sarebbe una catastrofe socialista e nazionale».
Giurato male, dicemmo: non sarebbe (né fu, catastrofe nazionale, ma di questo che ci frega? Noi siamo qui per arginare la catastrofe socialista.

Ma non erano foruncoli: era un bubbone, e scoppiò, anche se dapprima ne fummo smarriti. Il 18 ottobre del 1914 l'«Avanti!» uscì con l'articolo: Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante. Era il preludio alla tesi della guerra.

Nemmeno una sezione del partito vacillò. Un bell'esempio, e specie per la frazione di sinistra, di nessun attaccamento personale a un capo anche brillante. La sezione di Milano espulse Mussolini per indegnità, si diceva allora, politica e morale. Morale per i soldi dell'intesa portati da Cachin, con cui pochi giorni dopo usciva il quotidiano interventista «Il Popolo d'Italia».

La Direzione confermò, e nominò una nuova direzione del giornale: Lazzari, Bacci e Serrati. Infine fu il solo Serrati, uomo di indubbia energia.

Non si formò nemmeno una piccola frazione. Così andrebbero liquidati i traditori sub specie aeternitatis. Vi furono compagni e compagne che si offrirono di andarlo a revolverare...

Non ci è possibile ritenere compresa nel nostro tema la storia di tutta la contesa politica in Italia tra l'agosto del 1914 e il maggio del 1915 al fine di ottenere che il governo del paese seguisse la linea della neutralità o accettasse la suggestione dell'intervento a favore dell'Intesa. Le varie correnti politiche tradizionali entrarono quasi tutte in crisi e molte si divisero in due campi opposti. Noi dobbiamo principalmente seguire la vicenda in seno al partito socialista italiano, che non ebbe una crisi interna manifesta in quel periodo, mentre abbiamo già detto del distacco di Mussolini, evento che con parola alla moda fu spettacolare, ma non profondo.

La caratteristica del movimento interventista dei famosi «Fasci di combattimento» di cui poi Mussolini conservò il nome nel suo movimento del dopoguerra, fu di uscire dal campo di una semplice pressione parlamentare e legalitaria per risolvere il punto con una pressione sul governo dello Stato e sulla monarchia, e fare deciso appello a un moto di popolo, di massa, che avrebbe, anche con metodi di violenza, forzato la mano a Roma. La guerra è violenza ma è una violenza legale e statale, i fautori della guerra ebbero facile gioco nel mimetizzare la loro conversione nella formula della «guerra rivoluzionaria» non proclamata dai poteri dello Stato o dal re, come la costituzione voleva, ma imposta dal popolo sceso in un agone di tipo insurrezionale.

Fu facile a tale genia trattare i socialisti neutralisti da pacifisti di principio, e all'ingiuria di guerrafondai fu agevole opporre quella, classica allora, di «panciafichisti».

Qualcuno degli scialbi storiografi di quel periodo italiano ha rilevato, in tono di piagnisteo, che quello fu il primo esempio di violentazione della libertà del parlamento, e preparò l'estremo oltraggio che avrebbe dato apertura nel dopoguerra al ventennio della dittatura fascista.

Tuttavia non mancano negli attuali eredi confessi del movimento di liberazione nazionale ed antifascista quelli che non deprecano la violenza nazionalista del maggio radioso, e sono pronti a dirla in regola con le carte della migliore ideologia democratica, nello stesso tempo che sono giunti nel lungo cammino degenerante a condannare la violenza quando serva non ad ottenere una guerra, ma ad abbattere il potere del capitalismo, che invece dovrebbe cadere con processi costituzionali ed incruenti!

Le due idee, quella dell'apologia dell'intervento 1915 e quella della condanna della marcia su Roma 1922, stanno insieme, per dare un solo esempio, nella scatola cranica (dura per suo buon pro) di un Pietro Nenni, stanno insieme come giudizi dati dopo un corso di mezzo secolo nel quale simili soggetti hanno percorso tutta la gamma delle posizioni.

Ma già nel Partito Socialista prima del maggio 1915 vi era chi poneva nei giusti termini storici questo punto della violenza di Stato e della violenza di classe. Una breve nota del «Socialista» di Napoli (8) che fece il giro dei settimanali del partito, svolgeva la critica del termine neutralisti. Noi non eravamo né neutralisti né pacifisti, né credevamo possibile come punto di arrivo programmatico la pace permanente fra gli Stati. Noi deploravamo il disarmo della lotta di classe, della guerra di classe, per far largo alla guerra nazionale. La nostra alternativa non era: non sospendere la lotta di classe legalitaria, ma: combattere nella direzione della guerra rivoluzionaria proletaria che sola avrebbe un giorno ucciso le radici delle guerre tra i popoli. Noi eravamo i veri interventisti di classe, interventisti della rivoluzione.

Tutt'altra era naturalmente la posizione della destra del partito, oramai minoranza. Ma a parte che questa destra controllava il Gruppo parlamentare e la Confederazione del Lavoro, e aveva solo dovuto lasciare la Direzione del partito politico, era ben altra anche la posizione della direzione stessa, che passava per espressione della frazione rivoluzionaria intransigente di Modena, Reggio Emilia ed Ancona.

Tuttavia la destra e quello che possiamo ormai chiamare centro erano sul terreno di escludere ogni appoggio a un governo di guerra, ogni voto di crediti militari, ogni dichiarazione che il partito in caso di guerra avrebbe «sospesa» la sua opposizione. Ma questo era poco, molto poco, era una specie di politica delle mani nette, degna sì di pacifisti e neutralisti, non certo di rivoluzionari classisti. Venuta la guerra avremmo detto: Abbiamo fatto il nostro dovere e messo al sicuro le nostre responsabilità. Si disse in quei mesi: Abbiamo salvato l'anima!

18. Maggio 1915: il convegno di Bologna
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Il 19 maggio 1915 poiché gli eventi precipitavano fu convocato a Bologna un convegno tra Direzione del partito, Gruppo parlamentare, Confederazione del Lavoro e delegazioni periferiche del partito (Reggio Emilia, Roma, Torino, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Pisa, Venezia, Napoli, Parma, Modena, Ravenna). I deputati erano 20, i membri della Direzione 9, i confederali 8.

Non ci é dato sapere se di questa riunione e di altre che seguirono in tempo di guerra, esistano presso qualcuno i verbali. Alla data del 16 maggio non vi era ancora la censura, ma il resoconto dell'«Avanti!» è del tutto scolorito. Il voto pubblicato è debole e non esce dal tono della «separata responsabilità»; è vero che proclama «l'avversione incrollabile del proletariato... all'intervento in guerra» e dichiara per sempre impegnativa la decisione di votare contro qualunque richiesta di crediti di guerra, ma si limita a chiamare i proletari a manifestazioni e comizi improntati a un
«
carattere di disciplina, di dignità e di imponenza», finiti i quali i socialisti, consci «di non poter oggi essere arbitri del mondo capitalista, sicuri di aver fatto per sé, per il Paese e per la storia, di fronte all'Italia ed all'Internazionale, il loro dovere, avranno diviso e manterranno separate le loro responsabilità da quelle delle classi dirigenti».
Anche in articoli dell'«Avanti!» e nel famoso discorso di Turati alla Camera per negare i pieni poteri chiesti dal governo Salandra alla vigilia della dichiarazione di guerra all'Austria, ricorre una frase infelice: Faccia la borghesia italiana la sua guerra! La borghesia faceva sì la sua guerra, ma con la pelle dei proletari italiani mandati a scannare quelli austriaci.

Secondo i destri e centristi storiografi di quei tempi, dalla riunione di Bologna sarebbe nata la celebre frase di Costantino Lazzari:né aderire né sabotare, che quel vecchio socialista avrebbe fatto meglio a non inventare. La frase e l'imbelle politica che essa esprimeva fin dal primo momento trovarono nel partito una viva opposizione; lo stesso Serrati, direttore dell'«Avanti!», non la condivideva, sebbene le varie decisioni di guerra della Direzione siano state tutte deboli ed esitanti. Gli apologisti di Lazzari dissero che egli si dedicò a salvare l'unità del partito, e il suo «onore» di non aver aderito al massacro.

Alla riunione di Bologna, vari esponenti della frazione rivoluzionaria intransigente, tra cui qualche membro della stessa direzione, e gli inviati di varie federazioni, presero una posizione del tutto opposta non solo a quella dei parlamentari e dei capi confederali, ma anche alle esitazioni della Direzione.

Possiamo ricostruire la posizione che presero alcuni delegati della Lombardia, del Piemonte, della Romagna e del Mezzogiorno, sebbene a distanza di tanti anni non vi siano testi disponibili (9).

Anzitutto fu sollevata la questione che il problema squisitamente politico dell'azione da svolgere contro la guerra doveva essere affrontato dagli organi del partito, e accettato come tale dai compagni con mandati di funzioni parlamentari e sindacali. Questa eccezione si ripresenterà in tutto il corso delle lotte e fino a quando non si giungerà alla scissione di Livorno.

Uno scontro diretto si svolse fra chi parlava per la sinistra del partito da un lato e i deputati e i capi sindacali dall'altro. I deputati vedevano la questione sul piano parlamentare. Si sapeva che la maggioranza dei deputati era neutralistica, come era provato dai trecento biglietti da visita lasciati al portone di Giolitti quando il re aveva chiamato Salandra. Giolittiani, cattolici e socialisti avrebbero potuto «mettere la guerra in minoranza alla Camera». La sinistra si scagliò contro questa prospettiva che purtroppo traspare dalla mozione votata, secondo la quale la pressione degli interventisti dello scoglio di Quarto «era incostituzionale». Fin da allora facemmo l'ovvia osservazione: Che di meglio? andiamo contro la costituzione borghese noi per i primi!

La discussione coi confederali non fu meno tesa. Essi si affannavano a dire che lo sciopero generale contro la mobilitazione «non sarebbe riuscito» e sfidavano esponenti di Camere del Lavoro e federazioni di mestiere a dare assicurazioni disfattiste. Dicemmo loro sul viso: Voi non temete che lo sciopero non riesca, voi temete che riesca. Sapete che gli operai sono inferociti contro la guerra, ma non osate dare la parola di sciopero per impedire la mobilitazione. Non che temiate le conseguenze della repressione; non è di viltà che vi accusiamo, ma temete di macchiarvi di tradimento della patria. I vostri pregiudizi borghesi sono tali, che pensate ché anche nel caso di squisita guerra non di difesa del territorio, ma di aggressione e di vera conquista, in cui ci troviamo, il socialista abbia il dovere di non danneggiare le operazioni militari della patria. Inutile dire che la volontà di guerra del popolo italiano è una ignobile mistificazione, quando contro il passaggio della guerra tanto mostruosa si considera colpevole alzare la mano!

Quando Turati prese la parola per rispondere con sarcasmi da par suo alle dichiarazioni dei «rivoluzionari» della Direzione, premise che la posizione degli estremi sinistri era nella sua logica coerente e rispettabile, ed egli, pur non condividendola teoricamente, prendeva atto della sua consequenzialità.

I commentatori castrati osano oggi dire che in Italia nessuno prese la posizione di Lenin per il sabotaggio di qualunque guerra, anche di difesa, mentre tale posizione, come da articoli dei giornali «Avanti!» e «L'Avanguardia» e da proposte fatte nei convegni di partito, fu, prima che fossero note le tesi di Lenin, presa dalla estrema sinistra italiana: e noi lo documentiamo nella seconda parte, dove apparirà chiaro come, fra il 1914 e il 1918, malgrado l'assenza di legami internazionali, la sinistra rivoluzionaria sviluppò in una martellante successione sulla stampa di partito gli stessi temi fondamentali della battaglia leninista contro le suggestioni della propaganda guerrafondaia (tanto più insidiosa quanto più rivestita di orpelli democratici) nelle file del movimento operaio. Ed è un fatto (in anni recenti ricordato da uno storico non sospetto di simpatie per la nostra corrente) che dalla Sinistra venne sull'«Avanti!», proprio alla vigilia della dichiarazione di guerra, l'unica parola inequivocabilmente classista ed internazionalista:
«
Ancora una volta, o trepidi servitori del fatto compiuto, che vorreste farci leccare la mano che ci ha abbattuti ma non fiaccati, le due vie opposte si tracciano nette e precise:
O fuori o dentro dal preconcetto nazionale e dagli scrupoli patriottici. O verso uno pseudo socialismo nazionalista o verso una nuova Internazionale. La posizione di chi nell'avversare la guerra non nascondeva una doppiezza miserabile non può essere che una, oggi che la guerra è un «fatto compiuto»: contro la guerra, per il socialismo antimilitarista internazionale
» (10).

Il vigore della pressione della sinistra deriva dal fatto che, mentre si deliberò di tenere il 19 maggio, domenica, comizi proletari per scongiurare la dichiarazione di guerra, il malcontento di molte zone rappresentate al convegno impose la decisione, non proposta dai veri marxisti di sinistra, di lasciar libera l'iniziativa dello sciopero alle organizzazioni locali. Lo avevano chiesto gli inviati di Torino, dove le masse proletarie erano in fermento. Come in tante occasioni, vi furono i «fatti di Torino» proprio il 19, con abbandono di tutte le fabbriche, violente dimostrazioni e scontri nelle piazze. Il prefetto dette i poteri alle forze militari, e la sede della A.G.O. (Camera del lavoro, di direttive di sinistra) fu bestialmente saccheggiata, mentre la soldataglia faceva saltare il collo a migliaia di bottiglie prelibate della cantina della famosa Alleanza Cooperativa Torinese.

Ancora una volta furono dimostrati il coraggio e la decisione dei proletari di Torino, e anche il buono spirito rivoluzionario di quei compagni; ma pure in quella occasione fu commesso un errore di natura «ciclica». Torino si muove sempre con un errore di fase, ossia è dura ad imparare che certe decisioni di lotta di classe devono essere nazionali e non locali. Con una confederazione e un partito italiano che non vanno, non si fa nulla anche con una Torino dalle potenti organizzazioni e cooperative; inutile quel buon vino, in tanta acqua marcia dei pompieri. Quanto è stato difficile far capire questo ai compagni torinesi, anche ai migliori estremi-sinistri! Torino è stata la capitale del Regno, ma non può fare la Comune.

L'andamento dello scontro fu quello di sempre. Gli operai delle fabbriche disertano compatti il lavoro e occupano le strade e le piazze. Qualche barricata si forma e la popolazione dalle case appoggia la dimostrazione e la lotta. Capi socialisti sindacali e parlamentari si adoperano a «calmare gli animi». Prefetto e Ministero degli Interni scambiano alcuni telegrammi e la forza armata interviene. Viene occupata la sede operaia e socialista di Corso Siccardi. Un operaio ucciso; molti feriti, molti arresti, anche dei dirigenti, poi processo e condanna in assise. È vero che la sede di Corso Siccardi devastata viene restituita il 25 maggio, ma intanto, schiacciati gli operai dalla forza dello Stato centrale, i nazionalisti interventisti, rari a Torino, han potuto girare la città inneggiando alla radiosa guerra... Un primo schema di quello che sarà il dopoguerra, l'illegalismo borghese del fascismo, l'errore fatale della classe operaia di rispondere con la formula sciocca: A difesa della legalità ci siamo noi; anziché rilevare la sfida, la migliore delle occasioni storiche.

Torino dette una prova generale di simili mosse disfattiste. Gramsci giovanissimo, come uno dei suoi racconta, teorizzò la cosa. Non sapeva ancora se essere neutralista o interventista, idealista o marxista (e questo era perdonabile) ma lo accecava l'ammirazione di figlio della pastorale Sardegna per la metropoli industrialissima. Scrisse:
«
Torino rappresenta in piccolo un vero organismo statale».
L'osservazione è svolta acutamente «in concreto», ma immette su una strada non marxista: organismo statale è quello che poggia su Sassari e Torino, e il problema da porre non è comunale, è supernazionale, europeo, mondiale. Non lo vede chi ha sguardo «immediatista».

La tremenda guerra italiana del 1915, vero carnaio di cui la seconda guerra, malgrado il tormento delle popolazioni non combattenti, è stata una scialba ripetizione, coi seicentomila morti ufficiali sul campo e le dieci battaglie sull'Isonzo, esasperava l'odio del proletariato per la classe dirigente, che si abbeverò di sangue quando alzava la bandiera democratica assai più che quando poi alzò, con militarismo in sordina, quella nazi-fascista.

Il Partito Socialista mantenne la sua opposizione, ma erano all'ordine del giorno frasi infelici (poco male per poche frasi; ma era la posizione di tutta una parte del movimento, sotto il coperto di un'unità che anche prima del maggio 1915 noi deprecammo apertamente), come quella per cui i sinistri di Torino (poi dettisi i rigidi) stigmatizzarono il destrissimo Casalini:
«
il gruppo socialista consiliare [solita ambizione di pilotare «sotto la Mole» la politica italiana] dinanzi all'irrevocabile si propone di adoperare le sue forze perché non si indebolisca moralmente o materialmente l'Italia di fronte al nemico»
e chiudeva col doppio grido: Viva il socialismo, Viva l'Italia! Ma oggi questo grido, perfino nella forma: Viva il comunismo, Viva l'Italia!, non scandalizza nemmeno più. Non ci sono più rigidi; mosci soltanto.

Tuttavia il partito nel suo complesso tenne miglior via, almeno nel campo della ripresa dei rapporti internazionali. Fu a Zimmerwald (5-8 settembre 1915) e a Kienthal (24-30 aprile 1916). Non possiamo fare qui la storia di questi e altri meno notevoli incontri internazionali, ma va rilevato che le delegazioni italiane, composte, per ragioni intuibili, quasi soltanto di deputati tra cui vi erano pacifisti convinti ma non veri marxisti rivoluzionari, non poterono rispecchiare le posizioni della vigorosa sinistra del partito.

Ecco perché il Manifesto della Sinistra di Zimmerwald con la firma di Lenin e Zinovieff non reca firme italiane; in effetti, per le cause di guerra, un collegamento organizzato che non passasse per la Direzione del partito i sinistri italiani degli anni 1915 e 1916 non lo possedettero. Le firme italiane del Manifesto generale di Zimmerwald sono quelle di Modigliani e Lazzari. Lenin, come è noto, firmò anche quel testo, apertamente antibellico e di condanna esplicita al social-patriottismo, considerandolo un buon «passo avanti verso la lotta reale contro l'opportunismo, verso la rottura e la scissione»; esso era stato scritto notoriamente da Trotskij e rifletteva bene anche la posizione degli spartachisti tedeschi, degli eroici Liebknecht e Luxemburg.

Più avanti (11), il lettore può comunque trovare, alla data appunto del 1916, un esempio caratteristico della battaglia condotta dalla sinistra per «la più feroce intransigenza» nella conservazione e nella difesa delle «frontiere ideologiche» del Partito contro ogni posizione intermedia e fiancheggiatrice, la classica, insidiosa posizione degli «indipendenti» così aspramente fustigata da Lenin.

19. Il convegno di Roma, febbraio 1917, e altre manifestazioni della sinistra
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In tempo di guerra non fu possibile convocare il congresso nazionale del partito, ma si riuscì a tenere a Roma (non clandestinamente) un convegno che si riunì il 25 e 26 febbraio del 1917. Anche di tale riunione non esistono tutti i documenti: tuttavia essa dimostrò che nel partito vi erano due posizioni apertamente contrastanti.

Furono discussi tre punti. Il primo riguardava la relazione della Direzione del partito e del Gruppo parlamentare. Quest'ultimo fu oggetto di molte critiche, e si disse da tutte le parti che la responsabilità era della Direzione in base al fondamentale principio che il gruppo, come la dirigenza confederale, non potevano avere il diritto di fare una politica propria che non fosse in tutto quella del partito. Ma, dopo due anni di guerra, il partito era odiato e bersagliato da ogni parte e prevalse il motivo sentimentale di non dividersi nel voto sul suo operato. Trozzi, di Sulmona, che era un sinistro, presentò un o.d.g. di plauso alla direzione; l'altra sinistra Zanetta, di Milano, un simile o.d.g. di semplice approvazione. Il primo ebbe 23.841 voti, il secondo 6.295. La cosa oggi non sembra chiara: il fatto è che i destri, cioè i riformisti contrari alla direzione, non si vollero contare se non nel numero di 2.690 astenuti.

Un secondo punto fu quello di una riunione dei partiti socialisti delle nazioni dell'Intesa (tra cui ormai l'Italia) indetta a Parigi. Sarebbe stato giusto non andarvi in ogni caso; invece si discusse sul fatto secondario che il partito francese di suo arbitrio aveva spartito i voti internazionali italiani fra il nostro partito e quello ultrainterventista dei riformisti bissolatiani. Dall'estrema sinistra non si mancò di osservare che la II Internazionale e il partito francese erano ben morti, ma si votò su due ordini del giorno quasi simili di Bombacci e Modigliani, che, a forze pari, in linea di principio non dicevano nulla. In ogni modo non si andò a Parigi; ma l'argomento dei voti era barbino.

Sul vitale terzo punto si ebbe, invece, una netta divisione; la sinistra ottenne oltre 14 mila voti contro i 17 mila del centro-destra. Circa la mozione presentata dalla sinistra e sconosciuta agli «esperti» di storiografia del movimento operaio, l'«Avanti!» poté solo accennare che essa «sviluppava una direttiva teorica intransigente circa i criteri del partito socialista per la pace e il dopoguerra»; ma, nella sentenza per il processo di Torino, un anno dopo, l'aver votato quell'ordine del giorno «propugnante un'azione rivoluzionaria per far cessare la guerra» figurerà come una delle aggravanti a carico dell'imputato Rabezzana.

I pochi storici a cui qualche volta abbiamo accennato si limitano, ignorando il testo della mozione, a esprimere stupore per il fatto che la sinistra raccolse - si badi, senza astenuti, ossia contro le forze della destra e del centro (Direzione) - una votazione così forte. I maniaci del principio vano della conta delle teste storcono maledettamente il muso quando questo principio, debitamente applicato, li mette dalla parte del torto.

Daremo su questo punto i pochi lumi che sono in nostro possesso. Si noti che il testo della mozione Rossi (centro-destra), approvata, non dice nulla, limitandosi a ripetere che si approva la linea di condotta del segretario del Partito, alla quale l'ulteriore azione del Partito stesso dovrà uniformarsi. Il dibattito fu invece molto profondo. La guerra - si disse - è venuta, anche per l'Italia, e non si è potuto impedirla (per molti, non si è osato o voluto tentare). Ma la guerra finirà pure un giorno, e verrà la pace. Che dirà il partito? e quale sarà nel tempo futuro di pace, e nel «dopoguerra» di cui già si parlava, la politica e l'azione del partito?

L'ala pacifista, mai smentita, sosteneva solo certi vani principi d'ordine democratico borghese sulle caratteristiche della pace che i governi nazionali avrebbero tra loro conclusa, e si pascevano di note formule: pace senza annessioni (cosa ben sciocca in Italia quando la guerra era giustificata dal fine di annettere Trieste e Trento e qualche altra cosa) e senza indennità (ricordo di quelle imposte da Bismarck ai francesi); diritto dei popoli a disporre di se stessi e Società delle Nazioni (il bagaglio di quello che poi fu l'esoso wilsonismo; ma l'America doveva prima fare la guerra e poi mettersi a governare la pace). Naturalmente nel campo interno si sarebbe chiesta la smobilitazione (bella forza!), il ripristino delle libertà popolari, e chi più ne ha più ne metta.

Le tesi sostenute dalla Sinistra gettarono all'aria tutto questo bolso ideologismo ultra-borghese. La nostra tesi era chiara; la guerra è venuta perché in regime capitalista non poteva non venire (Zimmerwald lo aveva ribadito) e la questione non è crogiolarsi in una nuova fase storica di pace, ma porsi il problema di non far venire altre guerre. Quale mezzo a disposizione ha il proletariato? Uno solo: rovesciare il capitalismo; quindi, se il programma di oggi (1917) non ha saputo essere quello di fermare la guerra col disfattismo, il programma del dopoguerra dovrà essere quello della presa del potere da parte del proletariato e della rivoluzione sociale. Il proletariato italiano, duramente provato dalla disastrosa guerra (in quel tempo ancora vittoriosa, malgrado il lento procedere dei fronti), avrebbe accolto quest'appello del partito per strappare con mezzi rivoluzionari il potere alla borghesia guerrafondaia; e non avrebbe avanzato la rivendicazione imbelle che divenisse pacifista.

Traguardo socialista dopo la guerra non sarà la forma della pace, ma la rivoluzione di classe: questo si disse a Roma e questa la rivendicazione della Sinistra, di cui i mozzorecchi odierni hanno tutto detto quando la definiscono «teorica». È proprio perché voi non siete «teorici», che siete divenuti dei putridi traditori! E la prova migliore è il vostro pacifismo, dilagante fino e soprattutto a Mosca.

Nel voluminoso fascicolo degli atti del già citato processo di Torino ora all'Archivio di Stato torinese - al quale si è potuto felicemente attingere grazie al lavoro collettivo del nostro movimento -, si trova fra l'altro un opuscoletto clandestino intitolato «Memoria al Partito Socialista della Federazione giovanile italiana», del 24-5-1917, nel quale è inclusa la mozione di sinistra rimasta per poco in minoranza a Roma, e che in tutta la stampa del partito erra stata censurata.

Il testo della mozione può apparire piuttosto debole rispetto alle idee sostenute dalla sinistra rivoluzionaria a Roma, che abbiamo sopra esposto. Tuttavia questa cronaca supplementare starà a mostrare che i concetti dell'estrema sinistra del Partito erano quelli; e deve anche tenersi conto che, indipendentemente dalla firma personale o dalle firme che la mozione recava, essa fu indubbiamente il risultato di un accordo tra elementi più decisi ed altri forse non completamente intonati, come dimostra l'elevata votazione di 14.000 voti contro 17.000. Bisogna pure rilevare che, nella speranza che la mozione potesse essere pubblicata sull'«Avanti!» senza incorrere nelle ire del censore, dal punto di vista puramente formale, convenne forse attutirne la fraseggiatura. Ecco dunque il testo quale fu inserito nel piccolo memoriale dei giovani e che non è sicuro fosse totalmente fedele all'originale:

«Il Convegno Nazionale Socialista si sente sicuro interprete del proletariato italiano e mondiale nell'invocare la fine della presente micidiale guerra, la cui continuazione è in antitesi con gli intenti e le aspirazioni delle classi lavoratrici.
Al disopra delle contingenti situazioni militari e politiche degli Stati in conflitto, il Convegno pensa che il Partito Socialista debba indirizzare tutti i suoi sforzi alla cessazione della guerra, rivelatasi incapace di raggiungere una soluzione dallo stesso punto di vista militare.
Ritenuto poi che il malcontento che va diffondendosi per le luttuose conseguenze della guerra deve essere preso in seria considerazione, e che il Partito deve prefiggersi di incanalarlo in una cosciente e generosa azione di solidarietà con le vittime della presente situazione, illuminata dalle ragioni socialiste dell'avversione proletaria alla guerra;
Riponendo ogni speranza circa la durata della pace e l'auspicata impossibilità di nuovi conflitti armati nell'energica azione di classe del proletariato internazionale, al di fuori delle pastoie dei pregiudizi borghesi, fa voti che l'azione per la pace del Partito Socialista si concreti nei seguenti provvedimenti:
Intensificazione dell'attività di propaganda e di organizzazione del Partito nelle singole Sezioni, nelle Federazioni provinciali e regionali e nei rapporti tra questi organismi e la Direzione centrale, giusta il piano di funzionamento interno di cui demanda lo studio alla Direzione, onde il Partito stesso sia pronto ad assolvere il suo compito in ogni eventualità;
Intensificazione del movimento femminile e giovanile socialista e dei rapporti con le organizzazioni di mestiere sulla base delle tendenze antiborghesi e antibelliche dei lavoratori organizzati;
Energico lavoro di ripresa internazionale col movimento socialista contro la guerra degli altri paesi, giusta le deliberazioni già votate;
Azione parlamentare che sia l'eco sincera ed esplicita del pensiero socialista e riaffermi in tutte le occasioni l'invocazione alla pace con sicura intransigenza e senza contatti con le correnti pacifiste borghesi.
Il Convegno fa appello a tutti i compagni e a tutti gli organi del Partito, perché contro gli allettamenti e le minacce avversarie sappiano compiere intero il loro dovere in nome della solidarietà internazionale dei lavoratori e per l'avvento immancabile del socialismo
».

Poco dopo il convegno di Roma, la Direzione del partito seguitò ad attenersi alla politica esitante ed incolore che aveva sostenuta incontrando forti resistenze nel convegno di febbraio. Erano frattanto giunte le notizie di due importanti avvenimenti: la prima Rivoluzione in Russia e l'intervento in guerra degli Stati Uniti. La destra del partito tendeva a sfruttarli nel senso opposto alla decisa opposizione di classe alla guerra, in quanto il fronte dell'Intesa sembrava avere accentuato la sua colorazione democratica per la presenza della Confederazione americana e per quella di una Russia da feudale divenuta democratica, che allora i borghesi si illudevano avrebbe continuato attivamente la guerra antitedesca. La Sinistra del partito non mancò di reagire a questo equivoco indirizzo, ribadendo le posizioni internazionaliste (si veda, fra l'altro, il testo 33).

La Direzione seguitò nel malvezzo di trattare gli argomenti in convegni misti col Gruppo parlamentare e con la dirigenza della Confederazione del Lavoro. Un primo convegno ebbe luogo il 9 e 10 aprile 1917 e naturalmente, non essendo rappresentate organizzazioni di base, non si ha notizia di contrapposte posizioni. Il comunicato fa cenno ai nuovi avvenimenti che abbiamo indicati con frasi incerte come queste:
«
Si prospettarono... le diverse situazioni nelle quali potrebbe trovarsi il PSI sia durante che dopo la guerra, e sì ventilarono nei diversi casi i diversi atteggiamenti che il Partito dovrebbe tenere per conservare alla propria azione la sua schietta caratteristica di classe, pur tentando di giovarsi di tutti gli elementi di fatto per agire concordemente agli interessi del proletariato».
Si fa cenno quindi alla necessità di sventare le insidie di altri partiti desiderosi di rifarsi una verginità politica, con chiaro riferimento allo sfruttamento elettorale nei dopoguerra dei meriti del Partito Socialista; ma, per raggiungere evidentemente la solita unanimità, si continua:
«
Senza però rifiutarsi di far leva su tutte le forze favorevoli nel paese perché le aspirazioni del Partito [censura] giungano a sicura meta».

Il 25 aprile vi fu una riunione del consiglio della Confederazione del Lavoro che salutò il popolo russo, auspicò la pace, propose alcune misure per il dopoguerra di carattere economico, previdenziale e riformistico, e invitò
«
il proletariato ad invigilare perché la borghesia non sfrutti l'anormale stato di cose per stroncare quelle rivendicazioni alle quali la guerra gli ha dato incoercibile diritto».

Altra riunione simile fu tenuta l'8 maggio a Milano con la sola rappresentanza delle sezioni di Milano e di Torino. All'archivio di Stato di Torino è stata trovata una circolare del 20 maggio che riproduce i due ordini del giorno votati per intero, cioè anche per la parte censurata sull'«Avanti!». Si accenna allo sforzo del proletariato internazionale per conseguire la pace e ai caratteri democratici di questa quali erano stati invocati dai socialisti russi (si trattava in quell'epoca dei menscevichi e populisti prevalenti nel Soviet). Un secondo o.d.g. si riferisce alle manifestazioni che si svolgevano in varie parti d'Italia contro la guerra e si esprime in maniera che è poco dire equivoca:
«
Avverte tutto il carattere spontaneo, fatale ed umano di tali movimenti e mette in guardia il governo contro ogni azione che intendesse non apprezzarne tutto il significato profondo ed ammonitore; dichiara che è dovere dei socialisti assistere il proletariato anche (sic!) in tali frangenti, e li impegna fin da ora in questa fraterna difesa, ma nel tempo stesso, cosciente della delicatezza della situazione (!?) e di fronte a tentativi evidentemente diretti a riversare sul Partito Socialista responsabilità che non sono sue, avverte organizzazioni e singoli:
1° che più che mai debbono sentire il valore materiale e morale della disciplina...
2° che solo agli organi direttivi del Partito spetta e deve spettare l'iniziativa di agitazioni di carattere politico generale; invita quindi le organizzazioni e i singoli a non assumere iniziative isolate e frammentarie, le quali potrebbero compromettere quella forza politica che, indubbiamente, al Partito Socialista è venuta dal suo atteggiamento di fronte alla guerra, e che varrà al momento opportuno a realizzare quel programma politico e sociale che il P.S. si appresta a difendere strenuamente
».

A seguito di questa riunione, il 16 maggio fu pubblicato un Manifesto dei tre organismi intitolato:
«Per la pace e per il dopoguerra; le rivendicazioni immediate del P.S.I.». Il manifesto richiama i principi di Zimmerwald e si addentra nelle caratteristiche democratiche della pace. Passa quindi ad un elenco di rivendicazioni proprie dell'Italia, che sono quelle di cui si abuserà largamente nel dopoguerra: Repubblica, suffragio popolare illimitato, politica estera non segreta, sviluppo delle autonomie comunali e regionali e generale decentramento (!), riforma della burocrazia e della giustizia, politica di lavoro, repressione dell'emigrazione, bonifiche, nazionalizzazioni, ecc. Non manca la frase abusata: riconoscimento effettivo a tutti i lavoratori del diritto ad un'esistenza dignitosa ed umana, con i soliti riferimenti agli antichi riformisti di sempre. Per la terra si chiede timidamente la socializzazione, partendo dalle opere pie (!) e dalla espropriazione delle terre incolte, poi si introduce la formula: le terre lasciate esclusivamente a chi direttamente le coltiva; e così via, con altre formulette economiche che non val la pena di riportare.

Frattanto l'atmosfera sociale italiana andava diventando incandescente e da tutte le parti le deliberazioni del convegno ed il manifesto pubblicato dall'«Avanti!» suscitarono vivaci reazioni. Vivacissima fu quella dei giovani che facevano propria la mozione di minoranza del convegno di febbraio, e moltissime sezioni fecero voti analoghi: gli atti processuali ricordano le sezioni e federazioni di Vercelli, Novara, Alessandria e, soprattutto, Torino, che respinge il proposito di non promuovere agitazioni per ottenere la fine del conflitto ed afferma:
«
Principalissimo compito del P.S. è di guidare il proletariato ad imporre la pace usando tutti i mezzi che possano offrirgli le circostanze, e di predisporre ed organizzare a questo scopo le forze della classe operaia» (mozione del 1-2 luglio).

Ma il documento più significativo di questo insorgere di tutto il Partito contro la fiacchezza degli organi centrali deve ravvisarsi nell'o.d.g. votato dalla sezione di Napoli il 18 maggio 1917 e fatto circolare nel partito, che può ritenersi espressivo della posizione politica della sinistra, e che per la sua importanza e sistematicità riportiamo per esteso nella seconda parte (testo 32).

Tale testo, riaffermata la relazione di principio tra capitalismo mondiale e guerra, nega tutte le modalità della pace che si pretende possano assicurarne la perpetuità prima che il sistema borghese sia rovesciato. Indica che il programma del dopoguerra non può essere che l'assalto ai governi borghesi per rovesciarli; rileva l'insofferenza delle masse ed afferma che debba essere incoraggiata ed inquadrata nel Partito; deplora l'andazzo col quale la Direzione del partito subordina le sue decisioni al Gruppo parlamentare e alla Confederazione del Lavoro, che dovrebbero invece ricevere dal centro del partito il loro indirizzo, e fa voti affinché il partito sappia compiere il suo dovere ponendosi all'avanguardia del proletariato in lotta - appunto le tesi sostenute e nel dibattito al convegno di Roma e qui espresse con estrema lucidità.

Questo voto, evidentemente censurato dalla prima all'ultima parola, lo dobbiamo alle fruttuose ricerche fatte nel dossier del processo di Torino, che ci permettono di inserirlo nella serie delle manifestazioni più espressive dell'indirizzo della Sinistra rivoluzionaria.

20. Caporetto e la riunione di Firenze
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Nell'estate 1917 la guerra si svolgeva ancora nel logorante ritmo delle trincee; a Claudio Treves toccò il celebre «infortunio» della frase: «quest'altro inverno non più in trincea». La frase non era estremista sebbene decisa; essa, in fondo, esprimeva il vecchio concetto riformista secondo cui la pressione del proletariato avrebbe indotto le classi dominanti a trovare la via della pace. La sinistra poneva invece chiaramente l'altra soluzione: porre fine alla guerra attraverso il rovesciamento della borghesia e del suo dominio. Treves voleva realmente la fine del conflitto, ma proprio per evitare che sboccasse in guerra civile.

Vi era stata altra riunione della Direzione il 23-27 luglio 1917, la quale deliberò di partecipare al convegno dei socialisti dell'ala zimmerwaldista indetto a Stoccolma per il 10 agosto in previsione dell'altro convegno di tutti i partiti socialisti della II Internazionale indetto dai socialisti russi, per il quale gli zimmerwaldisti non avevano gradito che i russi (allora sempre di destra) avessero invitato i socialisti colpevoli dell'appoggio alla guerra. Queste riunioni a Stoccolma non ebbero poi luogo, come è noto, e si svolsero invece varie altre convocazioni nel campo equivoco della II Internazionale.

Probabilmente questa riunione della Direzione, le manifestazioni che la seguirono, e la tensione generale italiana, in cui si delineava una violenta reazione contro il partito, provocarono la costituzione a Firenze di un comitato della frazione di sinistra del quale non siamo in grado di dare documenti di costituzione ma solo di riprodurre un'importante circolare del 23 agosto 1917 che si riferisce alla convocazione del XV Congresso Nazionale Socialista (poi rinviato all'autunno dell'anno seguente), ed annunzia che in occasione dell'ultima riunione della Direzione alcune sezioni e federazioni,
«
di Milano, Torino, Firenze, Napoli ed altre minori, decisero di costituire il primo nucleo della frazione intransigente rivoluzionaria».

Riprodurremo nella seconda parte (testo 30) anche il testo di questa circolare che, pur non avendo forse una precisa impostazione teorica, esprime bene un indirizzo del tutto contrapposto a quello insoddisfacente della Direzione del partito.

Nei moti dell'agosto 1917, ancora una volta furono gli operai di Torino a condurre una viva e vera azione di guerra di classe. La gravità della repressione e la violenza dei processo avanti un tribunale militare contro tutti i capi locali del partito, compreso lo stesso Serrati coraggiosamente accorso, dato che la censura imbiancava tutto il giornale, oltre alle vivacissime discussioni che seguirono in seno al partito e alla coincidenza storica del rovescio di Caporetto avvenuto poco dopo, formarono intorno a questi moti quasi una leggenda. L'abile marxista Treves poté condannare l'errore di «localismo», mentre i torinesi giustamente rampognavano il partito di averli lasciati soli, e nella polemica non seppero dire che il moto locale era causato dal fatto che, sotto la pressione dei Treves e della loro tradizione, appunto perché non ignobile, la proposta di moto «nazionale simultaneo» e non locale sarebbe dovuta passare sui corpi dei Turati e Treves prima di trionfare, come da tutto il resto d'Italia noi sinistri rispondemmo alla «Critica Sociale» ponendo apertamente l'esigenza della scissione del partito come condizione alla presa delle armi in un'azione rivoluzionaria.

Da varie parti si deformava la verità sui moti di Torino, anche a favore degli operai e della vigoria della dirigenza socialista di semisinistra, dal che i borghesi costruivano il sogno di una repressione nazionale dei «disfattisti» che poi il fascismo attuò. Esagerazione quella delle centinaia di morti e migliaia di feriti, ma sta di fatto che una cinquantina di morti ci furono di cui solo tre o quattro tra le forze dell'ordine; che si partì da una protesta per la mancanza di pane e poi si proclamò, dalle folle e dalle organizzazioni, la maledizione alla guerra; che gli operai presero le armi che poterono e i soldati ne consegnarono loro alcune delle proprie; che le donne assalirono le autoblindo, e occorse uno spiegamento di forze enorme, arresti a migliaia di dimostranti e di militanti socialisti, e pressione morale inaudita sui parlamentari e capi sindacali di parte operaia, per disarmare il moto come solita invasione di rito in Corso Siccardi e poi il clamoroso processo con enormi condanne.

Va rilevato che proprio agli operai di Torino il pane non poteva mancare più che altrove e la trincea non faceva paura, perché erano esonerati delle fabbriche di produzione bellica; anzi, sfidarono la pena d'esser rimandati al fronte perdendo l'ambito «bracciale azzurro». Come negare che fu fatto politico e non economico quello che spinse alla lotta una tale avanguardia operaia?

A veri militanti rivoluzionari fu facile mostrare, senza nulla smentire, ch'era falsa l'accusa di aver fatto muovere Torino per lavorare alla vittoria degli austriaci. Se Torino operaia da sola avesse potuto vincere, sarebbe stato l'invito migliore ai lavoratori di Vienna e ai combattenti del fronte austriaco, perché insorgessero. Vana quindi la campagna della più lurida borghesia d'Europa per provare che il «complotto» di Torino preparò la frana militare di Caporetto, più che non la avesse provocata la citata frase di Treves.

Torino dette con eroismo di classe un vivo, alto esempio, che segnò una tappa sulla via della preparazione del movimento comunista italiano, fino ad altri eventi contrari che troveremo sul nostro cammino.

La disfatta militare, che lasciò agli austriaci buona parte del Veneto, creò un'incandescente situazione interna. Gli interventisti si gettarono sui nuovi estremi della «difesa del territorio nazionale» sperando di far crollare la posizione dei proletari e dei socialisti per giungere anche in Italia alla unione sacra e concordia nazionale totale, e si calcolò che il gruppo socialista alla Camera si prestasse al gioco. A tanto, per la verità, mancò pochissimo; se la Direzione del partito non avesse avuto una certa buona resipiscenza, e tutto il partito, malgrado le difficoltà della situazione, non si fosse mobilitato per sostenerla, sarebbe avvenuto il «fattaccio». Negli anni seguenti, a non poche tappe prima e dopo la scissione, ci dovemmo chiedere se non sarebbe stato meglio!

Ma in quelle ore, mentre i veri italiani facevano (molto platonicamente) argine dei loro petti alle «orde» austriache, molti di noi militanti del partito correvamo a Roma per far argine al tradimento dei nostri deputati, e ne potemmo scongiurare la piena effettuazione col trattenerli quasi fisicamente sulla via del Quirinale, ove, si disse, Turati si era già vestito per andare. (Se in giacca o meno, questo non ci fregava per nulla). Senza fare i soliti nomi può avere eloquenza un episodio. Un buon compagno della sinistra (prima e dopo: inutile dire quando, se no si capisce tutto, a parte che è morto) giunge trafelato alla Direzione del Partito, dove un gruppo della Federazione giovanile esorta e scongiura il bravo Lazzari a tener duro: quello, fresco di notizie di sala-stampa, ansima; pare che li fermino al Piave senza arretrare di più! Noi avevamo la testa a fermare il partito sulla via della disfatta di classe e lo guardammo sbalorditi: in lui parlava già il complesso della difesa della Patria e delle bandierine tricolori sulla carta topografica; nelle nostre teste e nei nostri cuori era tutt'altro, e vedevamo, forse ingenui, una rossa bandiera fin allora salva trascinata nel fango. Glielo gridammo sul viso.

Durante l'ottobre e il novembre (la «rotta» famosa e il getto delle armi avvennero il 24 ottobre 1917) continuò nel partito questa vera colluttazione, che servì nel seguito a conferire un indebito merito ai nostri vacillanti destri per non essersi disonorati. Il fatto è che noi fummo tanto decisi e attivi, che essi non poterono liberarsi del loro... onore!

Lazzari e la Direzione in quel momento erano fermamente decisi ad impedire quello che la forte maggioranza dei deputati voleva fare: se non proprio entrare in un gabinetto di «difesa nazionale», per lo meno non negare il voto a un tale ministero e ai crediti per la difesa. Era un risultato che sembrò ai giovani dell'estrema ala marxista importante, e per un momento tacque la divergenza sul sabotaggio della guerra che Lazzari aveva sconfessato. In pratica i proletari soldati avevano applicato sia pure in modo insufficiente il disfattismo, disertando il fronte. Avevano gettato le armi invece di tenerle per azioni di classe, come nello stesso tempo avveniva sui fronti russi; se non avevano sparato sui loro ufficiali, era perché gli ufficiali erano scappati con loro anziché impugnare le storiche pistole dell'Amba Alagi 1897 (altra grande tappa italiana) nel tentativo di arrestare la fuga.

Le masse avevano capito quanto possono capire, finché non fa maggior luce il partito rivoluzionario.

Ora si trattava d'impedire che il partito socialista si unisse al grido: Riprendete le armi e tornate contro il nemico!

In tal frangente non fu la sinistra della frazione intransigente, ma tutta la frazione, che si riunì per lottare (abbiamo già premesso che forse era meglio già allora rompere la stessa frazione; ma tali furono gli eventi). La Direzione aderì al movimento di frazione e la convocò quando noi lo proponemmo, senza convocare tutto il partito, i deputati e i confederali. Era una prima nostra vittoria. La riunione fu tenuta illegalmente (poiché era stata vietata dalla polizia) a Firenze la notte sul 18 novembre 1917. Essa era apertamente diretta contro gli atteggiamenti della destra del partito, ossia parlamentari, capi sindacali, e sindaci di alcuni comuni come Milano e Bologna, che tutti gravemente vacillavano. Anche di questa riunione non si hanno i verbali, ma solo il testo del voto che, per le dette ragioni, doveva essere unanime. Non fu dunque possibile prepararlo in modo che i collitorti gridassero al «teoricismo», ma fu concordato. Gramsci (contro i tentativi di ricostruzione) non tenne alcun discorso. Ascoltò solo con lo sguardo sfavillante dei buoni momenti. Le qualità personali, per noi, non importano mai tanto, ma si può dire che un uomo notevole può essere di maggior rilievo quando apprende che quando insegna. Oggi siamo ammorbati da troppi che insegnano senza aver mai nulla imparato; e pensiamo, si capisce, non alla scuola, ma alla vita, alla storia.

La mozione è molto breve: notare la frase che
«
l'atteggiamento politico del Partito Socialista non può farsi dipendere dalle alterne vicende delle operazioni militari».
Segue la recisa condanna di ogni manifestazione che abbia il senso
«
di aderire alla guerra o concedere tregua alla classe borghese o comunque modificare l'indirizzo dell'azione proletaria».
Tali manifestazioni sono colpite per incoerenza, indisciplina, e rifiuto di responsabilità che tutto il partito aveva già assunte e da cui non poteva spogliarsi. Si ribadisce infine la resistenza ad ogni «adescamento di ideologie borghesi» e l'«irriducibile opposizione alla guerra» alla quale tutti gli iscritti, «e in modo speciale quelli ché coprono cariche rappresentative», sono energicamente chiamati a tener fede.

Non vi è di più, in questo testo; nemmeno l'ingiunzione ai vacillanti di lasciar le nostre file, ma la riunione segnò un punto importante e raggiunse lo scopo, che allora sembrò preminente, di frenare le mosse equivoche dei destri e togliere alla canaglia patriottica la soddisfazione della concordia nazionale. La prospettiva del futuro e quella che le carognette chiamano visione teorica vi fu nei discorsi, di cui alcuni testimoni tutt'altro che morti da estremi sinistri hanno riferito; e lasciò per le lotte dell'avvenire le sue tracce indelebili.

Da quel momento, il gruppo dei più decisi, strettosi in quella riunione, si organizzò sempre meglio - come vedremo in capitoli successivi - e si delineò la piattaforma propria della «sinistra italiana» che non era la stessa cosa della vecchia frazione intransigente, ma molto di più.

Le ripercussioni di questa decisa impennata si ebbero d'altronde negli stessi organi direttivi: dal novembre al gennaio si susseguono le «circolari» che verranno poi contestate in sede processuale a Lazzari e che miravano a rintuzzare l'azione indipendente di deputati e confederali (il 1° novembre Rigola aveva scritto che «il popolo italiano deve raccogliersi in un supremo sforzo di volontà per respingere l'aggressore»!) e mantenere tutto il partito, senza eccezioni, sulla linea stabilita centralmente, nella più rigorosa «fedeltà alla disciplina socialista».

Nel periodo successivo la classe dominante italiana e il governo, certi che il gioco di avere la solidarietà del partito socialista non sarebbe mai riuscito, si dettero alla più aspra repressione di ogni critica alla guerra e di ogni movimento e agitazione operaia. Il 24 gennaio del 1918 la polizia arresta il segretario Lazzari e il vicesegretario Bombacci e monta un processo per complotto e disfattismo. Vi fu la minaccia di sopprimere tutta la stampa del partito, già soffocata dalla censura di guerra. Alla Camera i deputati reagirono in nome della democrazia violata, ma proprio allora Turati pronunciò il discorso del 23 febbraio in cui è la frase: «Anche per i socialisti la patria è sul Grappa», in quanto sulla linea del Grappa si consolidava il fronte di arresto dell'esercito italiano. Ma la sinistra del partito, malgrado l'arresto di tanti dirigenti, seppe di nuovo sollevarsi e protestare contro la deviazione dalla politica di opposizione alla guerra; forte del suo appoggio, in maggio la Direzione poté intervenire con energia contro i deliberati del Gruppo parlamentare e della Confederazione (quest'ultima poi sconfessata in luglio, sebbene con formula ambigua, dal suo Consiglio Nazionale) di aderire all'invito del governo di partecipare alle costituende commissioni per lo studio dei provvedimenti atti a rendere agevole, a suo tempo, il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, e in giugno sconfessare apertamente il discorso con cui Turati, meritandosi l'abbraccio di Bissolati, aveva salutato la resistenza italiana sul Piave; richiamando tutto il gruppo al rispetto dei criteri fissati nel convegno del novembre 1917 (si noti che lo stesso Turati era stato l'unico a rifiutarsi di dimettersi dalla «commissionissima» governativa). L'ordine del giorno 17 giugno della Direzione è, in effetti, un'esplicita riaffermazione delle tesi di Zimmerwald e di Kienthal.

Nel maggio 1918 si arresta anche Serrati e nel luglio lo si processa coi compagni di Torino: le condanne giungono fino a sei anni di reclusione, per Barberis.

Notes:
[prev.] [content] [end]

  1. Cfr. il testo 14, nella seconda parte [back]
  2. Si tratta del resto soltanto del primo di una serie di articoli, usciti fra l'agosto 1914 e il maggio 1915 ed oltre, e riprodotti nella seconda parte di questo volume, in cui le correnti giustificazioni dell'appoggio proletario alla guerra sono sistematicamente e una per una demolite (testi 13-28). [back]
  3. Cfr. il testo 23, nella seconda parte. [back]
  4. Sarebbe interessante seguire sulla stampa regionale e provinciale socialista nei mesi di aprile e maggio le reazioni del Partito alla prospettiva sempre più immediata dell'intervento italiano nel conflitto europeo e alla cauta politica della direzione. Ai nostri fini può essere interessante segnalare fra le tante la mozione votata all'VIII congresso delle sezioni socialiste della provincia di Forlì, 11 aprile 1915:
    «
    Il Congresso Provinciale Socialista Forlivese, riconoscendo che l'affermazione della neutralità é oggi divenuta insufficiente, lamentando che la Direzione del Partito non abbia saputo escogitare il mezzo efficace d'opposizione alla guerra, afferma la necessità dello sciopero generale per impedire che il proletariato nell'interesse della borghesia sia lanciato nell'orrendo macello». (Da «La lotta di classe», 17-4-1915).
    Va notato che, come risulta dallo stesso settimanale, la sinistra, soprattutto giovanile, aveva svolto nel periodo successivo all'agosto 1914 e, in specie, alla defezione mussoliniana un'attivissima propaganda nelle sezioni e nelle città romagnole fra il vociare del repubblicanesimo interventista e guerrafondaio. Per la mozione votata nello stesso mese e nello stesso senso dalla Federazione Giovanile socialista, si veda più oltre il cap. 22.
    [back]
  5. «Il 'fatto compiuto'», 25 maggio 1915; cfr. più oltre, p. 284. [back]
  6. Cfr, soprattutto i testi 26 e 28. [back]

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Source: «Il Programma Comunista», da n. 11, 1961 a n. 3, 1963, apparso come libro nel «Edizioni il programma comunista», 1963, 1964 e riprodotto 1972.

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