Marxismo e miseria
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MARXISMO E MISERIA
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Marxismo e miseria
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Sul filo del tempo

Marxismo e miseria
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Ieri
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Per lunghi decenni di capitalismo «idilliaco» i rapporti di cambio delle monete dei vari Stati del mondo si conservarono stabili e le oscillazioni si registravano a decimali. Era lo stesso periodo in cui con fiumi d'inchiostro si affermò fallita la «catastrofica» visione di Marx sulla crescente miseria le crisi galoppanti e il crollo rivoluzionario del sistema economico borghese, e vi si ville sostituire una concezione evoluzionista di lenta trasformazione della struttura economica con riforme progressive tendenti a migliorare il tenore di vita delle masse...

Qualche gioco in borsa lo permettevano le divise degli Stati insufficientemente borghesi del vicino e lontano Oriente, i titoli di rendita turca e simili imbrogli: di truffe in grande stile la storia della economia capitalistica non ha difettato in nessun periodo. Comunque era cosa sicura quanto la trinità di Dio che la sterlina valesse cinque dollari, e il dollaro cinque franchi o lire nella zona latina. Benché a detta dei saggi infetta di feudalesimo, l'Italia felice dei primi anni di regno di Vittorio il vittorioso aveva la lira di carta quotata certi giorni a 99,50; 99,00; forse 98 e frazione, ossia si aveva per una lira carta più di una lira oro, un grammo di oro valeva meno di L. 3,60; mentre i titoli di stato valevano più delle cento lire nominali.

Fu la guerra del 1914 a determinare un terremoto nelle visioni evoluzioniste e pacifiste, che ebbe anche l'aspetto del terremoto monetario. Nei paesi sconfitti il valore della moneta precipitò in modo, quello si, progressivo. L'Italia paese vincitore dovette accontentarsi di vedere scendere la lira carta da un quinto a un diciannovesimo di dollaro, da un venticinquesimo a un novantesimo di sterlina, da qualche linea più di una lira oro a meno di un quinto, il che senza continuare coi numeri ricorda che una certa scossa la ebbero anche sterlina e dollaro, tra di essi e rispetto all'oro.

Dalle fesserie riformiste si cercò di passare alla azione rivoluzionaria, ma qui in Italia finì collo stabilizzarsi il potere e la moneta borghese.

Nei paesi vinti si ebbe invece la tragedia della inflazione e marchi e fiorini e rubli scesero a precipizio a millesimi e milionesimi dell'iniziale valore; a Vienna e Berlino si girò per la spesa con valigette di banconote e a Mosca si equivocava scherzosamente tra milione e limone, parole che si dicono in russo alla latina. Non si equivocò però tra empiastri riformisti e rivoluzione, e aristocratici, capitalisti, capi politici popolari e progressivi ne seppero qualche cosa. Vienna, Budapest, Monaco, Berlino erano più a portata di mano dei poterei capitalistici a moneta rivalutata, i capi progressivi locali erano ad ordini ed aiuti più diretti dell'ingranaggio internazionale postbellico, istituito sotto gli auspici del dollaro per l'alleanza delle nazioni e la autodecisione dei popoli, e le insurrezioni del proletariato per buttare la baracca del potere politico nello stesso baratro in cui era precipitata la moneta borghese potettero essere affogate democraticamente nel sangue.

Contro il vincente proletariato russo non rimase che l'attacco militare diretto che gli anni gloriosi della rivoluzione stroncarono. La Centrale mondiale tentata a Ginevra nella sua prima edizione svolgeva la difesa dell'ordine capitalistico internazionale solo sul piano diplomatico politico e militare, non rispondeva ancora ad una pianificazione generale delle forze economiche. La Russia di Lenin, non presa colla forza, rimase nello stretto e freddo assedio delle economie monetarie e mercantili, slittò inevitabilmente sulla via del privato commercio interno, della produzione per il mercato, della coesistenza con le economia capitalistiche, si dette una moneta stabile e le quotò ai cambi mondiali, regredì inesorabilmente, dalla rivoluzione degenerò al progressismo.

Aveva il nostro «catastrofismo» marxista, caricaturato dagli avversari, avuto ragione o torto? Sono passati altri decenni, che certo nessuno potrà definire pacifici ed idilliaci, tuttavia il mostro capitalista è ancora in piedi.

Nella polemica sul «terremoto» monetario di oggi, la cui chiassosa presentazione fa parte della indecente contraddanza delle opposte e complici propagande mondiali, tanto mostra la corda il seguirsi dei colpi di grancassa di guerra e di pace, la buffonata dei sismografi oscillanti a colpi di pollice che fanno loro tracciare esplosioni atomiche all'ora del «lunch» e crolli di monete a quelle del «five o' clock» in questa polemica uno dei tanti borghesi che scioccamente fanno gioco agli sparafucile da operetta dello stalinismo, il liberale Guido Cortese, cita una lettera di Marx ad Engels, del 1855. Ci piacerebbe ritradurre, pur senza avere sotto gli occhi il testo autentico, nel linguaggio originale della nostra scuola, ma lasciamo pure come sta il colore dell'aggettivazione: «Ricevo ora la tua lettera che discopre piacevoli prospettive nella crisi degli affari... Le cose vanno meravigliosamente bene. In Francia ci sarà un crack formidabile... (puntini sempre del cortese traduttore). Mi auguro che le grandi disgrazie in Crimea facciano traboccare il calice. La crisi americana di cui abbiamo predetto lo scoppio è magnifica, le sue ripercussioni sulla industria francese sono state immediate. La miseria ha già colpito il proletariato; per il momento però non vi sono ancora sintomi rivoluzionari: il lungo periodo di prosperità avendo terribilmente demoralizzato le masse. Finora i disoccupati che si incontrano per le vie vanno mendicando. Le aggressioni aumentano, ma con ritmo troppo lento».

Non interessano un fico gli esorcismi del foglio liberale a queste truculente per lui prospettive, che egli assimila - non comprendendo di stare di fatto in polemica au dessous de tout - a quelle agitate dall'Unità e secondo lui sempre sognate dai marxisti.

Il senso del marxismo lo hanno colto tanto bene i cortesi quanto gli scoccimarri. La lotta di Marx non è contro la miseria e per la ricchezza del lavoratore, equilibrio da ristabilire con le grassazioni per la via ai panciuti borghesi. Miseria dell'operaio non è il basso salario o l'alto costo dei generi che consuma. La vittoria del capitalista nella lotta di classe non è la riduzione, la resezione del tenore reale del salario, che indiscutibilmente si eleva nella storia in senso generale, a cavallo dei periodi progressivi pacifici guerrieri ed imperialisti. Miseria nel nostro dizionario economico marxista non significa «bassa remunerazione del tempo di lavoro». Si capisce che il capitalismo se monopolizza forze produttive tali - fregate allo sforzo di tutti - da avere lo stesso prodotto con dieci volte di meno operai, può a cuor leggero vantare di aver raddoppiato i salari. Il plusvalore relativo e assoluto è enormemente cresciuto e cresce l'accumulazione in massa; ma di ciò al suo luogo. Miseria significa invece «nessuna disposizione di riserve economiche destinabili al consumo in caso di emergenza».

Il diffondersi «progressivo» nelle popolazioni di tali condizioni è la caratteristica fondamentale storica del tempo capitalistico. In epoca preborghese l'artigiano il contadino lo stesso servo della gleba non era in stato di pauperismo anche quelli a più basso tenore di vita. Tanto meno vi erano i costituenti il ceto medio, piccoli proprietari, piccoli esercenti, funzionari, etc. Il risparmio non era stato inventato, ed era meno facile ridurli al verde. Buona parte della moneta era ancora in oro e argento. Con la sua accumulazione primitiva il capitalismo vuota le borse le case i campi le botteghe di tutti questi, e in numero sempre maggiore e ne fa dei pauperes, dei miseri, dei senza-riserva, dei nullatenenti, li riduce ad essere «schiavi salariati» nel senso di Marx. Cresce la miseria e si concentra la ricchezza perché cresce a dismisura il numero assoluto e relativo dei proletari nullatenenti, che devono mangiare ogni giorno ciò che quel giorno hanno guadagnato. Nulla muta al fenomeno economico se ogni giorno il salario di alcuni di essi, per dati mestieri, in dati paesi, consente la fetta di carne ed il cinema, e, ventura suprema, il sottoscrivere per l'Unità.

Il proletariato non è più misero se scende il salario, come non è più ricco se questo aumenta e scendono i prezzi. Non è più ricco quando è occupato di quando è disoccupato. E' misero in senso assoluto chiunque è entrato nella classe salariata. (Ciò non esclude il caso singolo che taluno possa uscirne, specie se le guerre e le invasioni democratiche gli danno la ventura di divenire sciuscià e lenone). Non vi è relativismo, non vi è progressismo che qui tenga. Chi ha letto la prima pagina di Marx e non ha ritenuto questo, può sopprimersi senza danno sociale. Il regime del salariato è quello in cui chi lavora non accumula, e accumula chi non lavora. Non a caso dice il «Manifesto» descrivendo la crisi: il salario diviene sempre più incerto, più precaria la condizione di vita dell'operaio. Compenso incerto, non più basso, condizione precaria, non più modesta. Alla seconda versione possono rimediare abbracciati il liberalismo dei Cortesi e le riforme di struttura della direzione del P.C.I. (se tuttavia fossimo in un paese meno sfessato); alla prima della marxistica miseria, incertezza, precarietà si oppone una cosa sola, la Rivoluzione. l capitalismo non può vivere senza crescere senza espropriare piccoli possidenti e aumentare il numero dei proletari, del grande esercito sociale che, a sua volta, non può progredire facendo indietreggiare passo passo il nemico, e può sperare in un solo successo, quello di annientarlo, sur place.

Oggi
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Nell'interguerra la borghesia, che «non può esistere senza rivoluzionare di continuo i modi e i rapporti della produzione e tutto l'insieme dei rapporti sociali» ha - essa si - progredito, ha studiato ed imparato. Alla scala nazionale i corsi di professori Mussolini ed Hitler, cui i roghi non hanno tolto la qualità di precursori, le hanno insegnato irrevocabilmente che il potere statale al suo servizio non è solo arnese di polizia e strumento politico di dominio e di corruzione dei capi proletari nei parlamenti e nelle gerarchie, ma deve diventare macchina di regolazione economica della produzione della distribuzione e last but not least dello strumento monetario.

La nuova centrale mondiale capitalistica è dunque sorta molto più avveduta che a Versailles e a Ginevra, con levatrici meno primitive di quel graveolente Wodrow Wilson. I comandamenti del nuovo testamento borghese sono molti e gravi, tra essi: tu non lascerai di occupare militarmente il paese vinto; tu fucilerai i tuoi colleghi capi rei di aver perduto, e non lascerai precipitare le monete nel paese di occupazione ma lo fregherai maggiormente spendendoci carta straccia da te stampata; tu non lascerai andare alla deriva la moneta degli alleati minori ma ne controllerai le quote...

Con questi ed altri caposaldi la nuova Centrale, sia esso UNO, ECA, ERP, tec., funziona come una suprema compagnia di assicurazione contro il pericolo della Rivoluzione, e a tal fine cerca di pianificare dovunque gli indici di produzione di consumo di salario e di profitto.

Le spaventose inflazioni dell'altro dopoguerra misero a nudo la «precarietà» economica denunziata dal marxismo nella economia capitalistica dei tempi stabili e dettero la sensazione di una tale precarietà ai ceti sociali medii che da una falsa illusione di agiatezza precipitarono nella nullatenenza.

Si verificarono punto per punto i fatti che i progressivi di oggi vogliono scongiurare, come le richieste esposte nella mozione del P.C.I. con maggiore lucidità che non nei catechismi dei Marshall o dei Cripps. Valuta bassa perché, se no, il paese è fregato dal dumping monetario (leggi: gli industriali che producono per la esportazione ricavano dalla vendita dei loro prodotti all'estero troppo poche lire e resta loro poco margine di guadagno; svalutiamo la lira e una automobile a pari costo renderà, venduta a mille dollari, 700 mila lire e non 600 mila), ma valuta ufficialmente stabile tipo discorso di Pesaro, così i prezzi non salgono troppo e la spoliazione dei ceti medi è frenata, politica dunque della produttività e del risparmio, quindi politica nazionale - diavolo! - poiché la illimitata inflazione solleverebbe lo scompiglio generale. E quindi programma di investimenti (questa poi si che è buona) e di «riforme di struttura».

Altro che dare ad intendere - per evitare che qualche ancora sisaleggiante medio borghese si volga alla tessera staliniana per la notizia che esista una Automgrad - che Togliatti prepara in Italia il terremoto!

Come la marcia su Roma fu una rivoluzione-commedia così il terremoto di oggi per la svalutazione della sterlina è una abile tappa di assestamento e non un segno di catastrofe per il capitalismo inglese, bene arruffianato dal potere sociallaburista, è un terremoto-burletta, studiato pianificato e preparato da tempo sulla via di un mezzo monetario unico fisso e stabile in tutto il mondo, primissima trincea della controrivoluzione, a cui manca solo la convenzione dollaro-rublo.

Questo terremoto annunzierebbe la rivoluzione fatta da quegli estremisti che, degno paio alle nostre famose camice nere, sono costituiti dai correntisti di conti in sterline!

Aspettate a far ballare i vostri sismografi economici quando si sentirà venire il terremoto dal sottosuolo sociale dei senza conti e dei senza soldi.

Passerete un quarto d'ora peggiore di oggi che «le aggressioni aumentano, ma con ritmo troppo lento». Marx non è il re travicello, di cui vi lagnate.

Source: «Battaglia Comunista», N. 37, 28 settembre - 5 ottobre 1949

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